ELEZIONI IN NEPAL: PROSPETTIVE FUTURE PER LA GENZ NEPALESE
Asia e Pacifico

ELEZIONI IN NEPAL: PROSPETTIVE FUTURE PER LA GENZ NEPALESE

Di Emma Bellon
23.03.2026

Il 5 febbraio si sono tenute in Nepal le elezioni per la Camera dei Rappresentanti, la camera bassa del Parlamento Federale del Paese. I risultati di questa tornata elettorale hanno delineato un quadro dominato dal malcontento delle fasce più giovani della popolazione e dalla vittoria di un outsider, Balendra Shah, che, se da un lato sancisce una rottura con l’establishment storico, dall’altro presenta elementi di incertezza, soprattutto in materia di attuabilità delle politiche proposte e di continuità nei rapporti internazionali del Nepal.

A dominare queste elezioni è stato Balendra Shah, alla guida del Rastriya Swatantra Party (RSP), che ha ottenuto 182 seggi sui 275 in palio. L’RSP, fondato tre anni fa e considerato tra le alternative politiche più progressiste del Nepal, è riuscito a raccogliere il consenso della GenZ nepalese e ha registrato una crescita di 162 seggi rispetto ai 20 della precedente legislatura. D’altro canto, i partiti storici, tra i quali figurano il Partito Comunista del Nepal (CPN-UML), legato alla figura di Sharma Oli, il Partito Comunista Nepalese (NCP), originatosi a novembre 2025 dalla fusione di dieci partiti e gruppi di sinistra, e il Congresso Nepalese, partito centrista ispirato all’omonimo partito indiano, hanno invece subito riduzioni significative. Il Congresso ha ottenuto solo 38 seggi, perdendone 51, a seguire il CPN-UML è arrivato terzo con 25 seggi, segnando un calo di 53 e infine l’NCP si è fermato a 17 parlamentari, rispetto ai 45 della legislatura precedente.

Tali risultati sono esemplificativi di quanto le proteste dell’8 settembre 2025 abbiano generato un cambiamento nell’indirizzo politico del Paese, soprattutto considerando che 800.000 membri della GenZ hanno avuto la possibilità di votare per la prima volta. Lo scorso settembre, infatti, i giovani nepalesi sono stati protagonisti di un’ondata di proteste su larga scala contro i partiti politici storici e la corruzione diffusa nel sistema, legata a fenomeni quali nepotismo e malgoverno. Le manifestazioni sono state, inoltre, espressione di una profonda frustrazione della popolazione, legata alle conseguenze economiche della prolungata instabilità politica.

Sul piano economico, sebbene il Nepal abbia presentato alcuni segnali di ripresa, tra cui la crescita del PIL reale, passata dal 2% nell’anno fiscale 2023 fino a una stima del 4,3% nel 2025, persistono problematiche strutturali irrisolte che alimentano l’insicurezza economica del Paese. Più nel dettaglio, dati aggiornati al 2024 indicano che, in uno scenario in cui oltre il 60% della popolazione ha meno di trent’anni, la disoccupazione giovanile supera il 20%. In aggiunta, si registrano tassi di povertà elevati, mentre le proiezioni per il 2026/2027 non sembrano segnalare un miglioramento strutturale. Dato il contesto, molti membri della GenZ nepalese sono emigrati all’estero e in particolare nei Paesi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che accoglierebbero circa 4,5 milioni di lavoratori migranti nepalesi. L’economia nazionale sarebbe quindi diventata, negli anni, ampiamente dipendente dalle rimesse, le quali contribuirebbero per oltre un quarto al PIL, mascherando la debolezza della creazione di posti di lavoro a livello nazionale. Infine, anche il settore turistico, ulteriore filone trainante dell’economia nazionale, ha registrato una diminuzione significativa negli ultimi anni.

In tale ottica, la vittoria di Balendra Shah appare incarnare la risposta della GenZ nepalese alla profonda disillusione nei confronti dell’establishment tradizionale, favorendo un partito considerato più progressista e vicino ai giovani, capace di intercettare non solo i segmenti giovanili urbani, ma anche le fasce più rurali della popolazione. La capacità di Shah di consolidare la sua credibilità politica e rilevanza a livello nazionale è emersa in particolare modo dalla sua esperienza come sindaco a Kathmandu. In tale contesto, infatti, la promozione di un programma di riqualificazione infrastrutturale ed espansione dei servizi essenziali gli avrebbe consentito di ottenere un esteso consenso popolare.

Alla luce di tali fattori, il manifesto elettorale dell’RSP è apparso coerente con la figura di Shah e con le problematiche sollevate dalle recenti proteste. In particolare, il partito si è impegnato a creare 1,2 milioni di posti di lavoro per ridurre la migrazione forzata, ad aumentare il reddito pro capite del Nepal e a fornire reti di sicurezza come un’assicurazione sanitaria per l’intera popolazione, il tutto entro cinque anni. Tali proposte dal carattere tendenzialmente sociale e orientate al breve-medio termine sollevano però criticità rilevanti, sia sul piano temporale che su quello operativo. Gli obiettivi preposti, infatti, appaiono difficilmente conseguibili nelle tempistiche presentate, richiedendo, inoltre, un apparato tecnico e amministrativo capace di avviare e sostenere le riforme in questione, di cui il Paese però non sembra essere provvisto sufficientemente. Infine, sembrano essere sorti dei punti interrogativi rispetto all’impatto sulle fasce sociali più fragili che un progetto di modernizzazione infrastrutturale potrebbe avere, basato sulle pratiche di confisca delle proprietà attraverso le forze dell’ordine durante il mandato di Shah quale sindaco di Kathmandu. In tale quadro, la mancanza di tali presupposti, unita all’esigenza di valutare la sostenibilità finanziaria delle misure, potrebbe erodere la stabilità politica di Shah nel lungo periodo.

Infine, appare incerta la postura che il nuovo Governo a guida RSP tenderà ad adottare sullo scenario internazionale, in particolar modo per quanto riguarda gli interessi storici dei principali attori regionali: Cina e India. Per la Cina, il Paese ricopre una funzione securitaria nei confronti del Tibet e un tassello per l’espansione della propria influenza nell’Asia meridionale, mentre per l’India ha un’importanza fondamentale soprattutto in materia di risorse idriche. Negli ultimi decenni, la rivalità storica tra India e Cina in Nepal si è gradualmente intensificata su diversi livelli, interessando soprattutto lo sviluppo di progetti infrastrutturali e commerciali. La Cina, ad esempio, nel quadro della Belt and Road Initiative, ha promosso misure riguardanti la costruzione e l’espansione di autostrade, ferrovie e centrali idroelettriche. Inoltre, tramite l’Agenzia Cinese per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale, ha sostenuto diversi progetti nepalesi, con un impegno complessivo di 1,3 miliardi di dollari. Similmente, anche l’India ha investito nel Nepal, giungendo a rappresentare circa il 64,1% del commercio totale del Nepal, pari a 7,87 miliardi di dollari nell’anno fiscale indiano 2023-2024, e ha promosso l’attuazione di progetti infrastrutturali relativi a strade, ponti, linee ferroviarie transfrontaliere, posti di controllo integrati e oleodotti. In tale quadro, le relazioni di Kathmandu con gli attori regionali risulterebbero quindi sostanziali per lo sviluppo economico nepalese. Nondimeno, le ultime dichiarazioni di Shah sembrerebbero presupporre l’adozione di una postura meno conciliante nei confronti di Pechino e New Delhi, dando adito a potenziali attriti nel breve-medio termine.