L’Artico nella morsa del conflitto ucraino: sicurezza e strategie
L’aggressione russa all’Ucraina ha scardinato l’architettura della sicurezza europea, alterando il calcolo del rischio delle nazioni del Vecchio Continente. Questo mutamento ha investito profondamente l’Artico, regione a lungo considerata un’oasi di pacifica cooperazione internazionale, con conseguenze politiche riflesse nella cessazione delle attività del Consiglio Artico e nell’adesione alla NATO di Svezia e Finlandia. Sul fronte della sicurezza energetica e delle operazioni ibride, il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream e dei cavidotti sottomarini nel Baltico e altri episodi citati più avanti ha innalzato la soglia d’allarme per le infrastrutture critiche subacquee gestite da Norvegia e Regno Unito. Anche la strategia artica statunitense del 2022 evidenzia come la guerra in Ucraina abbia introdotto concreti rischi di “conflitti involontari”.
Sul versante russo, gli interessi primari riguardano la difesa della penisola di Kola, centro nevralgico per le capacità nucleari di second strike, e la tutela di progetti strategici quali la Northern Sea Route (NSR) e i siti estrattivi di Yamal e Vostok Oil. A questi obiettivi difensivi si contrappongono intenti offensivi, come la proiezione di potenza verso l’Atlantico settentrionale attraverso il GIUK Gap. Per evitare un conflitto diretto con la NATO, Mosca persegue i propri scopi avvalendosi della guerra ibrida per intimidire le nazioni artiche europee. Un pilastro di questa strategia è il rafforzamento delle bolle Anti-Access/Area Denial (A2/AD) a ridosso della penisola di Kola, funzionali alla deterrenza e al controllo degli accessi occidentali alla NSR: tuttavia, tale ambizione deve oggi confrontarsi con il potenziamento delle contromisure NATO e, soprattutto, con il logoramento materiale causato dal prolungato sforzo bellico in Ucraina.
Il fulcro della proiezione russa nella regione è il Comando Strategico Congiunto Nord (OSK Sever – Ob’yedinënnoye Strategicheskoye Komandovaniye Sever), con quartier generale a Severomorsk e responsabile della difesa del territorio nazionale e degli asset nucleari tra l’Artico occidentale e quello centrale. La Flotta del Nord della Marina russa costituisce la principale risorsa militare dell’OSK Sever. Il pilastro della deterrenza strategica è rappresentato dai sottomarini nucleari lanciamissili balistici classe Borey e dai multiruolo classe *Yasen-M *(anch’essi a propulsione nucleare), che stanno progressivamente sostituendo i battelli di epoca sovietica. La componente di superficie conta circa una decina di unità principali, tra cui spicca l’incrociatore ammodernato Admiral Nakhimov e diverse piattaforme *legacy *dotate di capacità missilistiche. Prima del conflitto in Ucraina, la componente aerea dell’OSK Sever disponeva di circa 100 bombardieri strategici (inclusi i moderni Tu-160 Blakjack), oltre a velivoli tattici e pattugliatori antisommergibili. Le forze terrestri, specializzate per il clima estremo, erano inquadrate nel 14° Corpo d’Armata (l’80ª e la 200ª Brigata motorizzata) e nella 61ª Brigata di Fanteria di Marina, per un totale di circa 13.000 effettivi e centinaia di mezzi corazzati. La protezione delle basi è affidata a un’architettura stratificata A2/AD formata da sistemi missilistici antiaerei S-300, S-400, Tor-M2DT e Pantsir e di difesa costiera Bastion e da una fitta rete di sorveglianza radar distribuita tra la penisola di Kola e le isole artiche. Nell’Artico centrale e orientale, la sovranità russa è garantita da una imponente flotta di rompighiaccio: quelli a propulsione nucleare sono gestiti da Rosatomflot, affiancati dalle unità della Marina, della Guardia Costiera, articolazione del noto Servizio Federale per la Sicurezza (FSB – Federal’naja Služba Bezopasnosti) e dai mezzi civili di Rosmorport.
Nonostante la significativa distanza geografica dal fronte, le ripercussioni dell’ormai prolungato conflitto in Ucraina hanno esercitato un impatto rilevante sulle capacità militari convenzionali della Federazione Russa nel loro complesso, incluse le risorse strategiche dislocate nelle regioni artiche. Sebbene non si disponga di informazioni dirette di prima mano, è possibile formulare valutazioni attendibili attraverso quanto emerso da fonti aperte, come per esempio l’invio di alcune unità navali di superficie e subacquee nel Mar Mediterraneo. Tuttavia, la chiusura immediata degli Stretti turchi ha impedito a tali unità l’ingresso nel Mar Nero, costringendole infine a rientrare presso le proprie basi stanziali nella penisola di Kola. Pertanto, la loro proiezione nel Mediterraneo ha rappresentato verosimilmente un segnale politico di Mosca verso le nazioni della NATO, ma nulla di più, specialmente se si considerano le pesanti perdite inflitte alla Flotta del Mar Nero sin dai primi mesi delle ostilità.
Al contrario, secondo quanto riportato da analisti locali e internazionali,** perdite estremamente gravi in termini di uomini e mezzi sono state inflitte ai reparti terrestri **sopra citati, condizioni che in alcuni casi specifici hanno portato al loro sostanziale scioglimento o a una drastica riduzione operativa. Oltre al logoramento diretto causato dalle operazioni belliche, risulta fondamentale considerare l’impatto delle sanzioni internazionali e dei rigidi controlli sulle esportazioni, sull’economia e sul complesso militare-industriale russo. Tali misure influenzano sia i programmi di ammodernamento della Flotta del Nord, sia la disponibilità di materiali moderni destinati alla regione artica che, dipendendo da tecnologie straniere, sono stati verosimilmente stornati verso il quadrante meridionale per soddisfare le pressanti esigenze del fronte ucraino.
Nel primo caso, si è osservata una netta rimodulazione della pianificazione per le consegne di nuove unità navali in costruzione nei cantieri di Severomorsk e dintorni: si registrano ritardi significativi nell’ingresso in servizio di quattro sottomarini nucleari classe Yasen-M, impostati nel periodo 2016-2020, e degli ultimi esemplari di rompighiaccio a propulsione nucleare classe Arktika. Tuttavia, l’esempio più eclatante delle criticità in cui versa l’industria navale militare russa si è palesato con la sostanziale interruzione dei lavori per l’ammodernamento dell’unica portaerei russa, la Admiral Kuznetsov, il cui futuro operativo appare ormai compromesso. Più in generale, le sanzioni hanno colpito l’approvvigionamento di microprocessori necessari per i sistemi elettronici in dotazione a unità navali e velivoli da combattimento e per i sistemi missilistici basati a terra (Pantsir e* Iskander*) e imbarcati (Kalibr): questo fattore ha limitato la capacità di reintegrare le scorte nel lungo termine, con ovvie conseguenze sull’approntamento dei materiali destinati alle forze schierate nel quadrante artico.
Nonostante il primato della deterrenza nucleare resti indiscusso, il generale indebolimento delle capacità convenzionali russe potrebbe aver spinto Mosca a puntare con decisione sulla guerra ibrida. Dalla seconda metà del 2022, la Norvegia è teatro di numerosi episodi sospetti che delineano un modus operandi chiaro: sorvoli non autorizzati di droni sopra aeroporti, basi militari e centri di comunicazione, arresti di cittadini russi intenti a fotografare siti classificati o infiltrati sotto falsa identità nell’Università di Tromsø, interferenze ai segnali GPS lungo le rotte aeree settentrionali e danneggiamenti ai cavi sottomarini in fibra ottica verso le Svalbard, le Faroe e le Shetland e l’utilizzo di pescherecci e unità da ricerca scientifica dotate di droni subacquei per mappare i fondali e monitorare le contromisure NATO.
L’attuale evoluzione dello scenario artico obbliga la NATO a confrontarsi con una realtà complessa, influenzata dal logoramento russo in Ucraina e dal crescente interesse statunitense verso l’Indo-Pacifico. Le conclusioni si articolano in due macroaree interdipendenti, la prima relativa al potenziale militare russo e la seconda alle correlate misure occidentali. Nel primo caso e sebbene i reparti terrestri siano indeboliti, riducendo il rischio di un’incursione immediata ai confini delle Nazioni NATO viciniori, la Russia mantiene intatte le sue capacità di deterrenza nucleare, di proiezione di potenza nell’Atlantico settentrionale e di sorveglianza lungo la NSR. Alla seconda macroarea si possono ascrivere un rapido incremento degli investimenti per la protezione delle infrastrutture critiche subacquee contro sabotaggi e attacchi cibernetici e il potenziamento, soprattutto a cura della NATO, del dispositivo a guardia del GIUK Gap. Parallelamente, l’Alleanza Atlantica è chiamata ad aggiornare la propria pianificazione operativa e a intensificare le attività addestrative alle latitudini elevate, così da essere pronta a gestire un potenziale conflitto prolungato in ambiente estremo.