Le implicazioni strategiche per Beijing del conflitto in Iran
Asia e Pacifico

Le implicazioni strategiche per Beijing del conflitto in Iran

Di Filippo Stenico
20.03.2026

La crisi innescata dall’operazione militare del 28 febbraio condotta da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran ha aperto un duplice livello di analisi. Da un lato è emerso l’impatto immediato del conflitto sulla stabilità regionale e sui mercati energetici, dall’altro le implicazioni politico-internazionali e sulla competizione tra grandi potenze. In questo contesto, tra gli attori coinvolti emerge la Repubblica Popolare Cinese (RPC), probabilmente impegnata a tutelare i propri interessi energetici e commerciali legati alla regione, pur mantenendo una postura prudente volta a evitare un confronto diretto con Washington.

Sullo scenario internazionale, la Cina, a partire dai primi mesi del 2026, ha già subito la perdita di un partner strategico rilevante con la rimozione del Presidente Maduro da parte degli Stati Uniti. Ora, il conflitto in Iran rischia di privare Beijing di un secondo attore del proprio network globale. Infatti, dal punto di vista cinese, Teheran si configura come un partner funzionale alla strategia della Repubblica Popolare di ampliare le proprie partnership e limitare, al contempo, la spinta statunitense sull’Asia e sul Medio Oriente. È in quest’ottica, infatti, che Beijing ha guardato con favore all’ingresso dell’Iran nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai nel 2023 e nei BRICS nel 2024. D’altro canto, la Cina rappresenta un interlocutore chiave per Teheran, in particolare come mercato principale delle esportazioni iraniane dopo l’imposizione di nuove sanzioni statunitensi nel 2018 e l’applicazione della campagna di maximum pressure del Presidente Trump. Sul piano commerciale, infatti, gli scambi bilaterali sino-iraniani ammontavano già nel 2023 a circa 18 miliardi di dollari di esportazioni cinesi verso l’Iran e 28 miliardi di importazioni iraniane verso la Cina, di cui quasi 18 solo di idrocarburi, per un volume commerciale complessivo di circa 46 miliardi. La Cina, inoltre, è il primo acquirente mondiale di greggio iraniano, assorbendone più dell’80% delle esportazioni petrolifere, con una stima di circa 1,38 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano acquistati nel 2025, pari a poco meno del 12% del greggio totale importato da Beijing.

Nel quadro dell’attuale crisi in Medio Oriente, assume particolare rilevanza per Pechino il blocco dello Stretto di Hormuz, dal quale nel 2025 proveniva circa il 35% delle importazioni cinesi di petrolio escludendo il greggio iraniano. L’interruzione delle forniture ha infatti costretto la RPC a valutare rapidamente fonti alternative, verosimilmente attraverso un incremento delle importazioni dalla Russia. Tuttavia, un prolungamento del ridimensionamento dei flussi attraverso Hormuz e la conseguente pressione sul mercato petrolifero globale potrebbero incentivare Mosca a ridurre gli sconti legati alle sanzioni occidentali sul conflitto ucraino, con il probabile aumento dei costi di approvvigionamento per i Paesi acquirenti, tra cui la Cina.

Nondimeno, nel breve periodo, tale scenario potrebbe rappresentare un rischio limitato per la Repubblica Popolare. Infatti, si stima che la Cina disporrebbe di riserve strategiche di greggio pari a 1,4 miliardi di barili, sufficienti a coprire circa sei mesi di fabbisogno anche in caso di interruzione totale delle forniture mediorientali. A conferma di ciò, nei primi due mesi del 2026 la RPC avrebbe importato circa 97 milioni di tonnellate di petrolio, registrando un incremento del 16% rispetto allo stesso periodo del 2025. Tale crescita potrebbe essere stata parzialmente determinata dall’interruzione delle forniture venezuelane, conseguente alla deposizione del Presidente Maduro ad opera degli Stati Uniti, che ha sottratto alla RPC circa 389 mila barili al giorno.

Tuttavia, una dimensione potenzialmente più critica per la Repubblica Popolare potrebbe essere rappresentata dalla resilienza della sua proiezione economica in Medio Oriente in un contesto di crescente instabilità regionale. Nel corso dell’ultimo decennio, la RPC ha progressivamente costruito una presenza economica articolata nell’area, motivata, in parte, dall’inasprimento della rivalità commerciale sino-americana. Tale presenza si declinerebbe su più livelli, dal settore automobilistico negli Emirati Arabi Uniti (EAU) a quello siderurgico in Arabia Saudita, dagli investimenti nelle infrastrutture portuali regionali, tra cui i porti di Haifa in Israele e di Khalifa negli EAU, allo sviluppo del sistema energetico iraniano, finanziato, costruito e gestito da decine di aziende cinesi. Nel complesso, tra il 2019 e il 2024, la Cina ha infatti impiegato un capitale pari a 89 miliardi di dollari, un investimento che il conflitto in Iran rischia di compromettere non solo in termini di perdite contingenti, ma anche, più strutturalmente, attraverso un’erosione della proiezione economica e della presenza cinese nel medio periodo.

Nonostante quanto evidenziato fino ad ora, non può essere escluso che il conflitto mediorientale possa generare dinamiche di medio-lungo periodo potenzialmente favorevoli alla Repubblica Popolare rispetto alla competizione con Washington nell’Indo-Pacifico. L’impegno dell’Amministrazione Trump in Iran assorbe infatti risorse militari significative sottraendole a uno scacchiere prioritario nella rivalità sino-americana, con un ridispiegamento progressivo di asset verso il teatro del Comando Centrale (CENTCOM). Virtualmente, tale contrazione dei Comando degli Stati Uniti per l’Indo-Pacifico (USINDOPACOM) solleva interrogativi concreti sulla tenuta della deterrenza statunitense nell’area, con ricadute dirette sulla questione taiwanese. In un potenziale scenario di contesa, perciò, lo spostamento dell’attenzione da parte degli Stati Uniti potrebbe segnalare la difficoltà di Washington a gestire più teatri operativi simultaneamente. Questo rappresenterebbe un elemento di vulnerabilità per cui un attore percepito come incapace di garantire una protezione affidabile potrebbe vedersi minata la credibilità presso gli alleati.

Dunque, la guerra in Iran rappresenta per la Cina la fonte di diverse evoluzioni strategiche. Innanzitutto, un rischio economico relativamente contenuto sul piano energetico nel breve periodo che, tuttavia, potrebbe divenire un fattore critico nel caso in cui il conflitto dovesse estendersi nel tempo. Parallelamente, se la guerra dovesse protrarsi, apparirebbe lecito presupporre una potenziale compromissione degli investimenti cinesi nell’area e la ridefinizione della presenza di Beijing nella regione. Al contempo, l’operazione statunitense in Medio Oriente concentra l’attenzione politica e militare di Washington lontano dall’Indo-Pacifico, possibilmente traducendosi in una minore coerenza nell’implementazione delle strategie di contenimento della Cina e in un rallentamento delle iniziative di rafforzamento delle partnership statunitensi nell’area. In tale ottica, Beijing sembrerebbe adottare una strategia attendista, pronta a sopportare e contenere i costi energetici e commerciali, in cambio del progressivo assorbimento delle risorse statunitensi in Medio Oriente. Tale strategia, tuttavia, non è priva di controindicazioni. In tale ottica, infatti, un disimpegno prolungato espone la RPC al rischio di un progressivo indebolimento del proprio network di partner strategici, tra cui Venezuela e Iran.