Elezioni in Serbia: prospettive e scenari di una transizione politica
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Elezioni in Serbia: prospettive e scenari di una transizione politica

By Samuele Enrique Arpaia
10.27.2026

Il 25 ottobre si sono svolte in Serbia le elezioni anticipate per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, in un contesto di forte tensione politica e sociale. A innescare la crisi è stato il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, nel novembre 2024, costato la vita a 16 persone e attribuito dai manifestanti alla corruzione diffusa nel sistema degli appalti pubblici. La mobilitazione si è estesa a tutto il territorio nazionale, trasformandosi in una contestazione dell’assetto di potere costruito dal Partito Progressista Serbo (SNS) di Aleksandar Vučić. Dopo le dimissioni del Primo Ministro Miloš Vučević, il 9 settembre il Capo dello Stato ha sciolto il Parlamento e indetto il voto, al quale si è direttamente candidato, conferendo così alla chiamata alle urne il valore di un referendum sulla sua figura.

La competizione elettorale ha contrapposto la coalizione “Aleksandar Vučić – Serbia Unita”, guidata dall’SNS, alla Lista Studentesca (LS), lista civica con capolista il cardiologo Ilija Srdanović e incentrata sulla lotta alla corruzione e sullo Stato di diritto. Con il 52,6% delle preferenze, la LS ha ottenuto 140 seggi su 250, assicurandosi la maggioranza assoluta, mentre Serbia Unita si è fermata al 39,2%, con circa 103 seggi. Nessun’altra forza nazionale ha superato la soglia del 3%, compresi i socialisti di Ivica Dačić, storici alleati dell’SNS, e in Aula entreranno dunque soltanto le liste delle minoranze. Il risultato, rafforzato da un’affluenza record del 68,8%, dieci punti sopra il dato del 2023, non è stato però ancora seguito dall’indicazione del nuovo esecutivo. Resta tuttavia rilevante come la perdita della maggioranza non segni la fine della stagione politica di Vučić. Al centro del sistema rimane infatti l’ex Presidente che, forte di quasi 1,7 milioni di voti, mantiene la guida del primo partito di opposizione e, con essa, le reti di influenza che gli vengono attribuite. A ciò si aggiunge che la Presidenza della Repubblica, carica che propone il Primo Ministro e può rinviare le leggi al Parlamento, è oggi esercitata ad interim da Ana Brnabić (SNS), in attesa delle presidenziali di dicembre. Pertanto, è lecito aspettarsi sul piano interno uno scenario analogo a quello ungherese, con la nuova maggioranza impegnata a ridimensionare l’influenza delle figure legate al precedente sistema di potere.

Lo stesso processo avrà riflessi diretti sull’economia, in crescita ma strutturalmente fragile, dipendente dagli investimenti esteri e segnata da un’ampia economia sommersa. Priva di un programma organico, la LS fa riferimento all’ex Governatore della Banca centrale Dejan Šoškić, che esclude tagli a salari e pensioni e prevede che le nuove risorse arrivino dal contrasto all’evasione e alla criminalità organizzata e dalla revisione delle grandi opere, oggi in larga parte sottratte alle procedure ordinarie tramite accordi intergovernativi. Tale scelta potrebbe non produrre effetti positivi nel breve periodo, facendo emergere condizioni finora riservate e rallentando cantieri e investimenti.

Il sentimento nazionale che ha sostenuto per anni il consenso dell’SNS, invece, non dovrebbe subire variazioni sostanziali, poiché per buona parte dell’elettorato sostenere Vučić ha significato difendere un’identità serba percepita come minacciata. A tal proposito, la LS ha vinto sui temi interni senza mettere in discussione questo sentimento e, sebbene le nuove generazioni di cui è espressione guardino con maggiore favore all’Unione Europea, questa vicinanza non si traduce in una chiara volontà di adesione. L’ambivalenza della nuova forza politica emerge con evidenza nel dossier Kosovo, considerato parte inalienabile della Serbia, sul quale la LS mantiene la linea del non riconoscimento, in piena continuità con Vučić. Coerentemente, i rapporti con la Srpska lista, storicamente legata all’SNS e unico interlocutore politico dei serbi del Kosovo, dovrebbero restare invariati.

A livello regionale, la nuova maggioranza eredita la rete di influenza costruita da Vučić tra i serbi di Bosnia e Montenegro attraverso partiti, Chiesa ortodossa e finanziamenti. Srdanović ha promesso la fine dei cattivi rapporti di vicinato, proponendo un nuovo corso con il Montenegro, mentre con la Croazia, tra i Paesi che hanno bloccato il negoziato con l’UE, i primi contatti lasciano intravedere una distensione. Il cambiamento più netto riguarda tuttavia Sarajevo, verso cui la LS ha segnato una chiara discontinuità, accusando Vučić di aver destabilizzato la regione e riconoscendo le sentenze su Srebrenica. È dunque lecito attendersi un sensibile miglioramento del dialogo bilaterale, senza che venga tuttavia meno il partenariato con la Republika Srpska. A completare il quadro è la Turchia, che investe nel sud del Paese, si propone come protettrice dei musulmani del Sangiaccato e fornisce equipaggiamento militare al Kosovo. Sebbene la LS non si sia ancora espressa sul tema, è ragionevole ritenere che la linea seguita finora, fondata sulla cooperazione economica e sul contenimento dell’influenza turca, resti invariata, anche in virtù del transito del gas attraverso il TurkStream.

Più delicato risulta il rapporto con Mosca, il cui peso commerciale è limitato ma la cui influenza politica, identitaria ed energetica resta rilevante. Dal 2022, infatti, la Serbia è l’unico Paese dei Balcani occidentali a non essersi allineato alle sanzioni europee contro la Russia, una scelta che oggi rappresenta uno dei principali ostacoli al percorso europeo e sulla quale la LS si pone in continuità con il precedente esecutivo. Una rottura appare dunque remota, poiché circa tre quarti del gas arrivano da Gazprom a condizioni agevolate e il veto russo all’ONU sul Kosovo resta una garanzia difficilmente sostituibile. Su questo fronte gravano inoltre scadenze ravvicinate, dalla vendita della quota russa della raffineria NIS al rinnovo dell’accordo sul gas con Gazprom. Al legame con Mosca si affianca quello con Pechino, fondato sul peso economico della Cina, primo fornitore della Serbia tra i singoli Paesi, suo maggiore creditore fuori dall’UE e, attraverso il gruppo Zijin, principale investitore straniero. La revisione dei contratti finora riservati potrebbe quindi aprire un confronto, restando tuttavia da escludere una rottura delle relazioni.

Diversa è la natura del rapporto con Washington, divenuto già durante il Governo Vučić un interlocutore sempre più rilevante per Belgrado. Al centro di tale relazione si colloca il settore energetico, sul quale gli Stati Uniti investono nei Balcani per estromettere la presenza russa e contenere l’influenza cinese. In questo disegno la Serbia rappresenta, per posizione geografica e peso politico, un tassello imprescindibile, come confermato dal Dialogo strategico di luglio, incentrato sulla sicurezza energetica. A pesare sul rapporto è tuttavia una parziale divergenza di interessi, poiché Washington punta a rafforzare la presenza delle proprie imprese nei settori energetico e tecnologico, mentre Belgrado mira a ottenere sostegno sul Kosovo, attrarre investimenti e diversificare i propri interlocutori, anche in funzione di contrappeso alle pressioni di Bruxelles. Ne deriva una relazione ambivalente, nella quale la LS, pur senza rinunciare ai legami con Mosca e Pechino, è destinata, probabilmente, a proseguire il dialogo avviato dal precedente Governo, a fronte di pressioni statunitensi che resteranno elevate, come dimostrano le sanzioni a NIS.

Sul piano europeo, invece, l’esito del voto è stato accolto con favore da Bruxelles, che resta il riferimento economico imprescindibile per Belgrado, assorbendo oltre il 60% dell’export serbo e fornendo più della metà dell’import. Tale interdipendenza non si è tuttavia tradotta in un avanzamento politico, con un percorso di adesione bloccato, appena 2 capitoli chiusi sui 22 aperti e l’opposizione di otto Stati membri all’apertura di una nuova fase negoziale. Se sullo Stato di diritto la LS può offrire risultati in tempi rapidi, sulle sanzioni il margine di manovra appare ristretto, data un’opinione pubblica in larga parte contraria e la presenza, all’interno della nuova maggioranza, di posizioni poco favorevoli ad un allineamento. Sullo sfondo resta il giacimento di litio di Jadar, tra i più grandi d’Europa e classificato dall’UE come progetto strategico per le materie prime critiche, che rende la Serbia un partner centrale per l’autonomia industriale europea ma sul cui sfruttamento pesa l’ostilità di una parte del movimento studentesco.

Il quadro che emerge lascia quindi presagire, sul piano interno, il tentativo di tradurre in azione le istanze della campagna elettorale, in un confronto inevitabile con il precedente sistema di potere. In politica estera, invece, si profila la prosecuzione della politica multivettoriale, con un parziale riequilibrio a favore di Bruxelles e Washington che non si tradurrebbe, tuttavia, nella rinuncia a dossier ritenuti imprescindibili, a partire dal Kosovo, dalle comunità serbe della regione e dai rapporti con Mosca. La variabile principale resta la tenuta interna della Lista, la cui compattezza sarà determinante per esprimere un Governo stabile ed efficace. In questo senso, le presidenziali di dicembre rappresenteranno un passaggio decisivo, poiché dal loro esito dipenderà la capacità della nuova maggioranza di governare senza il condizionamento di una presidenza attraverso cui Vučić e l’SNS manterrebbero un ruolo centrale nel sistema.