India: la crisi iraniana e il nodo energetico
Il conflitto in Medio Oriente contro la Repubblica Islamica dell’Iran, avviato il 28 febbraio dalle operazioni militari statunitensi e israeliane, ha riportato in evidenza la questione della vulnerabilità delle catene globali di approvvigionamento energetico e la significativa dipendenza dai flussi provenienti dal Golfo, in particolare attraverso lo Stretto di Hormuz, attualmente bloccato da Teheran. Tale scenario ha coinvolto anche New Delhi, interconnessa al Medio Oriente da forti rapporti politici ed economici, dall’elevata mobilità dei propri cittadini nell’area e, soprattutto, dai rifornimenti di gas naturale liquefatto (GNL), gas di petrolio liquefatto (GPL) e petrolio grezzo.
Per quanto riguarda la dimensione politica della crisi, il Governo indiano sembra essersi tenuto fedele alla propria tradizionale politica di multi-allineamento, mantenendo contatti frequenti con gli attori coinvolti nel conflitto e promuovendo una risoluzione diplomatica della controversia. In tale quadro, le relazioni tra Teheran e New Delhi possono essere circoscritte a una partnership secondaria per la Repubblica indiana, che propende a preservare rapporti positivi con l’intero spazio mediorientale. Tale prospettiva appare emergere anche osservando i legami economici tra i due Stati che si rivelano relativamente ridotti, con un volume commerciale complessivo di 2,3 miliardi nel 2024 e prevalentemente legato alle esportazioni indiane verso l’Iran. Tuttavia, di particolare interesse potrebbero essere i risvolti sul dossier relativo al porto iraniano di Chabahar, per il quale New Delhi aveva firmato nel 2024 un accordo decennale per lo sviluppo e l’operatività del terminal Shahid Beheshti, con un investimento previsto pari a 120 milioni di dollari e una linea di credito di 250 milioni. Il progetto si inserirebbe nella strategia indiana di accesso all’Afghanistan, con cui New Delhi ha recentemente rafforzato i propri legami, e all’Asia centrale, aggirando Islamabad e ponendosi come alternativa alla struttura portuale pakistana di Gwadar. Tuttavia, alla luce delle dinamiche di cui si trova ad essere protagonista la Repubblica Islamica, è lecito presupporre che New Delhi assumerà un approccio più cauto nei confronti di Teheran, come suggerito dall’assenza di nuove allocazioni di spesa per il porto iraniano nel bilancio 2026-2027.
In parallelo, New Delhi persegue il rafforzamento dei propri rapporti con Israele e con i Paesi del Golfo, centrali nella strategia Look West del Governo Modi. Segnatamente, si rilevano gli ottimi rapporti con Abu Dhabi, sia per un interscambio commerciale significativo, pari a circa 92,8 miliardi di dollari nel 2024, sia per la presenza di una vasta diaspora indiana, di cui circa 4,3 milioni negli Emirati Arabi Uniti (EAU) su un totale di circa 10 milioni nella regione. In tale quadro si inseriscono, inoltre, l’avvio ufficiale dei negoziati per un Accordo di Libero Scambio tra l’India e il Consiglio di Cooperazione del Golfo, così come il coinvolgimento di Arabia Saudita ed EAU nel progetto dell’India-Middle East-European Economic Corridor (IMEC). Infine, New Delhi mantiene ottimi rapporti con Tel Aviv, con la quale ha recentemente elevato le proprie relazioni a Partenariato Strategico Speciale a febbraio 2026.
Sul piano economico, l’India risulta particolarmente esposta agli sviluppi del conflitto in corso in Medio Oriente, soprattutto per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico di petrolio grezzo e gas. Sebbene quest’ultimo rappresenti solamente circa il 5% della domanda indiana, particolarmente importante nell’uso domestico dei cittadini, il fabbisogno viene corrisposto per il 60% tramite importazioni, di cui il 75% dai Paesi del Golfo. Secondo i dati del 2024, le importazioni di gas di petrolio e altri idrocarburi gassosi ammontavano a circa 30,18 miliardi di dollari, con Qatar ed Emirati Arabi Uniti quali principali fonti di rifornimento. Il petrolio, invece, risponderebbe a circa il 25% del mix energetico nazionale, con l’importazione del prodotto grezzo pari a poco meno del 90%, con una dipendenza dall’area del Golfo pari a circa il 45% nel 2024.
Di fronte alla crisi, il Governo indiano avrebbe già adottato diverse misure per limitare le ricadute nel breve termine. Per quanto riguarda il petrolio grezzo, le scorte di petrolio garantirebbero una copertura di circa due mesi, con una capacità complessiva delle riserve pari a 74 giorni, corrispondenti a circa 5,3 milioni di tonnellate di riserve di petrolio. In ottica di medio termine, il Governo avrebbe già espresso l’intenzione di ampliare tale capacità fino a 6,5 milioni di tonnellate. In aggiunta, New Delhi ha provveduto a ridurre le accise su benzina e diesel per contenere le pressioni inflazionistiche e ha istruito le raffinerie nazionali ad incrementare la produzione di GPL. Al contempo, sarebbe stata ridimensionata la vendita di gas alle industrie per salvaguardare l’uso domestico, misura accompagnata dall’allentamento di alcune restrizioni sull’utilizzo di fonti fossili come il carbone. Infine, con l’esenzione temporanea da sanzioni emanata da Washington sul petrolio iraniano già in mare e su quello russo, sembra che l’India abbia consentito alle proprie raffinerie l’acquisto di circa 5 milioni di barili di greggio iraniano e 40 milioni di greggio russo. Ulteriori forniture sarebbero inoltre in arrivo da Stati Uniti, Russia, Australia ed altri fornitori, assicurando almeno un mese di approvvigionamento, pari a 800.000 tonnellate di GPL.
In prospettiva, molto dipenderà dalle tempistiche e dall’ampiezza del conflitto stesso, alla fine del quale sarà comunque necessario un periodo di riassestamento delle capacità di produzione e dei processi di raffinazione ed estrazione di gas e petrolio, oltre al recupero degli effetti più di lungo periodo, come la ricostruzione di alcune infrastrutture energetiche nel Golfo. Per quanto riguarda il piano politico, è verosimile che non si assisterà a un mutamento nella gestione di New Delhi delle proprie relazioni con i Paesi del Golfo, importanti fonti di investimenti esteri e partner economici di primo piano. Una parziale ricalibrazione potrebbe, invece, caratterizzare la posizione indiana nei confronti di Teheran. Nondimeno, ciò non implicherebbe un’erosione delle relazioni con la Repubblica Islamica, quanto un momentaneo stallo dell’azione indiana e di rivalutazione degli investimenti, nell’attesa di comprendere come i prossimi sviluppi della crisi potrebbero interessare New Delhi. Nel medio-lungo termine, appare lecito presupporre che la crisi energetica in corso stimolerà il Governo Modi ad accelerare la propria azione verso una politica di graduale abbandono dei fossili, soprattutto quelli maggiormente dipendenti dalle importazioni estere, oltre a sollecitare il proprio processo di diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico. In tale direzione si inserisce il rilancio del nucleare, come dimostra il recente accordo con il Canada per l’importazione di uranio e l’espansione delle energie rinnovabili, già previsto nel National Generation Adequacy Plan presentato dal Governo. Non si esclude, inoltre, che nel breve periodo, Mosca potrebbe consolidare il proprio ruolo come fonte alternativa di sia gas naturale che di petrolio greggio, potenzialmente rispondendo al 40% delle importazioni nazionali di quest’ultimo. Al contempo, un’efficiente gestione della sicurezza energetica assume una dimensione politica interna rilevante per il Governo Modi, in vista delle imminenti elezioni in diversi Stati federati indiani, tra cui il Kerala e il Tamil Nadu.