Le elezioni in Bosnia ed Erzegovina: tra incertezza e impasse politici
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Le elezioni in Bosnia ed Erzegovina: tra incertezza e impasse politici

By Samuele Enrique Arpaia
10.09.2026

Il 4 ottobre si sono svolte in Bosnia ed Erzegovina (BiH) le elezioni generali per il rinnovo delle principali istituzioni del Paese, in un contesto di strutturale e profonda instabilità interna. A contribuire a questa situazione è l’impianto stesso del sistema politico nazionale, fondato su una rigida struttura di rappresentanza multietnica e su un accentuato decentramento, così come definito dagli Accordi di Dayton del 1995. A livello centrale, lo Stato è dotato di una Presidenza collegiale di tre membri, espressione dei tre popoli costituenti: i bosgnacchi, i croati e i serbi. È inoltre presente un Parlamento bicamerale, i cui membri sono eletti a livello locale secondo criteri proporzionali. Sul piano territoriale, invece, il decentramento è attuato attraverso due entità dotate di ampia autonomia: la Republika Srpska (RS), a predominanza serba, e la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (FBiH), prevalentemente bosgnacca e con una consistente componente croata. Entrambe sono dotate di una Costituzione propria, la FBiH presenta un’articolazione interna analoga a quella statale, mentre nella RS sono previsti un Presidente eletto direttamente e un Parlamento monocamerale. A completare il quadro degli attori politici del Paese è la figura dell’Alto Rappresentante, nominato a livello internazionale dal PIC Steering Board, organo direttivo del Peace Implementation Council, con il compito di supervisionare l’attuazione degli Accordi di Dayton e dotato, a tale scopo, di ampi poteri di intervento diretto nella vita politica nazionale. Al momento, però, la carica è gestita ad interim in quanto il processo di selezione è ancora in atto.

Nel Parlamento della RS, il partito dell’ex Presidente Milorad Dodik, l’SNSD, si conferma prima forza politica, con il 60% delle preferenze alla guida di una coalizione di partiti locali. Questo risultato conferma il radicamento territoriale dello schieramento, al Governo dell’entità da quasi vent’anni. Coerentemente, alla presidenza della RS, Savo Minić, esponente del medesimo partito, si è imposto con oltre il 50% dei consensi. Essendo quest’ultimo il Primo Ministro uscente, l’SNSD ha avviato le consultazioni per individuarne il successore, assicurandosi così, a prescindere da chi sarà chiamato a ricoprire l’incarico, il controllo dei principali vertici istituzionali dell’entità. Al centro del sistema resta Milorad Dodik che, seppure escluso dalle cariche istituzionali per i prossimi sei anni, mantiene il proprio predominio sull’SNSD e, di conseguenza, sui suoi esponenti.

All’opposizione si registra l’avanzata della “Sigurna Srpska” (PSS), coalizione guidata da Draško Stanivuković, Sindaco di Banja Luka, città che rappresenta il principale centro politico e amministrativo dell’entità. Con il 14% dei consensi, il PSS supera la tradizionale forza di opposizione, il Partito Democratico Serbo (SDS), fermo al 12% delle preferenze. Sebbene il risultato non gli consenta di costituire una minaccia alle politiche di Milorad Dodik, Stanivuković consolida la propria posizione nel panorama politico della RS, affermando il suo schieramento come principale forza politica moderata e alternativa all’attuale predominio dell’SNSD. Pertanto, è lecito aspettarsi che nel corso della prossima legislatura, la competizione si concentrerà sul controllo dei centri di potere locali, oggi saldamente nelle mani di Dodik e del suo partito.

La linea di governo, invece, non dovrebbe subire variazioni sostanziali, con la prosecuzione delle retoriche nazionaliste e delle istanze secessioniste. Queste continueranno ad avere una duplice funzione: da un lato, mobilitare la propria base elettorale, dall’altro esercitare pressione sul Governo centrale per ottenere vantaggi politici e rafforzare la propria posizione negoziale. Lo scenario di una secessione appare tuttora remoto, con la classe dirigente di Belgrado, tra i principali sostenitori politici della RS, che non ha finora manifestato l’intenzione di fornire un sostegno diretto a un simile processo.

Contestualmente, nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina, alla camera bassa del Parlamento locale, le urne hanno premiato il Partito d’Azione Democratica (SDA) di Bakir Izetbegović, che con il 31% delle preferenze torna al centro della scena politica. La coalizione di governo uscente, la “Trojka”, composta dal Partito Socialdemocratico della Bosnia ed Erzegovina (SDP BiH), da Narod i Pravda (NiP) e da Naša Stranka (NS), si ferma invece al 26%, pagando le difficoltà di sbloccare la situazione di paralisi che attanaglia la vita economica e politica del Paese. Tra le forze rappresentative della comunità croata, l’HDZ BiH di Dragan Čović raggiunge il 13% dei consensi, confermando il proprio ruolo di riferimento per l’elettorato della minoranza e mantenendo così un peso significativo nel frammentato quadro parlamentare.

Privo della maggioranza assoluta, l’SDA dovrà ora avviare trattative con le altre forze politiche per la formazione del nuovo esecutivo, in un quadro in cui gli equilibri emersi dalle urne e le diverse posizioni dei partiti ne rendono incerto l’esito. Anche se fosse raggiunta un’intesa, resterebbero però invariati i fattori che determinano l’immobilismo del governo della FBiH. Il forte decentramento amministrativo, i centri di potere consolidati nei cantoni e le reti clientelari continuerebbero a pesare sensibilmente, mentre la campagna elettorale ha confermato la centralità delle divisioni etniche, a cui si aggiunge il tema trasversale della crisi economica. I partiti bosgnacchi hanno insistito sulla difesa dell’integrità dello Stato, mentre l’HDZ BiH ha rivendicato una maggiore rappresentanza croata e, pertanto, una revisione dell’assetto costituzionale. Una prospettiva che richiederebbe il coinvolgimento di tutte le componenti etniche e sulla quale difficilmente si raggiungerà una convergenza. Il mancato accoglimento di tali istanze potrebbe tradursi in un ulteriore elemento di blocco, con l’HDZ BiH meno incline a sostenere le iniziative parlamentari degli altri schieramenti.

A livello statale, le elezioni hanno riconfermato i seggi presidenziali serbo e bosgnacco, rispettivamente a Željka Cvijanović (SNSD), con il 56%, e Denis Bećirović (SDP), con il 38%. Per il seggio croato è stata invece eletta Darijana Filipović (HDZ BiH), con il 46% dei consensi. Parallelamente, come definito dagli Accordi di Dayton, nella camera alta del Parlamento, le tre etnie godono di un’equa rappresentanza, con cinque seggi ciascuna. Nella camera bassa, invece, gli equilibri emersi dal voto delineano una situazione complessa, che potrebbe rendere più difficile non solo la formazione di maggioranze stabili, ma anche l’azione del futuro Governo centrale. Nel dettaglio, dei 42 seggi complessivi, l’SNSD di Dodik e i partiti alleati ne controllano 9 sui 14 riservati ai serbi, l’SDA di Izetbegović dispone di altrettanti seggi ma su 28, mentre la coalizione Trojka ne ottiene 8 e l’HDZ BiH 4. I restanti 12 seggi sono distribuiti tra formazioni minori. Il risultato elettorale lascia quindi presagire il perdurare dello stallo istituzionale che caratterizza il Paese. Infatti, in assenza di concessioni politiche reciproche e continuative, risulta difficile raggiungere le convergenze necessarie per l’attuazione di iniziative di rilievo. In questo contesto, Dodik può contare sul fatto che, a differenza del livello statale e della FBiH, in RS non si registra un analogo blocco istituzionale, disponendo quindi di un quadro politico interno più favorevole alla propria azione. Queste difficoltà affondano le proprie radici nella frattura tra le comunità etniche, rappresentate da SNSD e SDA, lasciata dalla guerra degli anni Novanta, che a trent’anni di distanza continua a riflettersi nella vita politica alimentando divisioni e ostacolando le convergenze.

Alla paralisi politica si affianca una crisi economica strutturale, alimentata dalla bassa produttività, dalla dipendenza dalle rimesse, dal calo demografico legato all’emigrazione giovanile, da un settore pubblico sovradimensionato e dalla relativamente forte presenza di un’economia sommersa, che scoraggia gli investimenti. Il mancato coordinamento tra lo Stato centrale e le entità (RS, FBiH) ostacola il contrasto a questi fenomeni, allontanando il Paese dal percorso di integrazione europea. Le elezioni hanno inoltre confermato l’assenza di un significativo ricambio della classe politica, con le principali figure che restano in larga parte le stesse degli ultimi decenni, rendendo difficile un cambiamento sostanziale dell’assetto politico e istituzionale nel medio periodo.

In ultima analisi, resta rilevante come l’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR) si trovi oggi senza una guida stabile. Difatti, a seguito delle dimissioni di Christian Schmidt, il mancato accordo nel Peace Implementation Council sulla nomina del successore ha lasciato l’incarico ad interim a Louis J. Crishock. Il quadro è aggravato dalle profonde divergenze sui poteri e sulla permanenza stessa dell’OHR, contestati da Russia e Cina e sempre più discussi anche tra i partner occidentali, con il rischio che a pagarne il prezzo sia proprio l’unico presidio internazionale chiamato a vigilare sugli equilibri del sistema.