India-Canada: l’accordo che ridisegna la sicurezza energetica di Nuova Delhi
Il 2 marzo 2026, a margine della visita ufficiale del Primo Ministro canadese Mark Carney a New Delhi, India e Canada hanno concluso un accordo quadro sull’energia nucleare civile. Se attuato, la società canadese Cameco fornirebbe al Paese asiatico circa 10 milioni di chilogrammi di uranio tra il 2027 e il 2035, per un valore stimato di 1,63 miliardi di euro. Inoltre, l’intesa prevede cooperazione su small modular reactors (SMRs) e reattori di nuova generazione, inserendosi in un rilancio più ampio delle relazioni bilaterali, dopo alcuni anni di tensioni diplomatiche, con l’obiettivo di portare il commercio bilaterale a 50 miliardi di dollari entro il 2030.
L’accordo detiene un peso strategico significativo se considerato il quadro energetico indiano. La produzione di New Delhi, infatti, dipende in larga misura dai combustibili fossili, che soddisfano oltre due terzi del fabbisogno nazionale. Il vettore che espone maggiormente il Paese alle vulnerabilità esterne è il petrolio greggio, che copre circa un quarto del mix energetico con una quota importata pari all’87%. Nello specifico, la Russia rappresenterebbe il fornitore storico di petrolio per l’India, con importazioni fino al 35%, ma le sanzioni statunitensi del 2025 avrebbero spinto New Delhi a riorientarsi verso i fornitori mediorientali. Una dipendenza analoga riguarda il gas naturale liquefatto (GNL): pur coprendo solo il 6% del mix energetico, il GNL, quasi per metà importato, è un input critico per fertilizzanti, industria chimica e generazione elettrica nei picchi di domanda, con circa il 75% delle forniture provenienti dal Golfo Persico nel 2024.
Su questo quadro pesano lo scoppio, il 28 febbraio 2026, della Guerra in Iran e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz. Le forniture di petrolio dal Golfo, che all’inizio dell’anno avrebbero coperto circa la metà delle importazioni indiane di greggio, si sono drasticamente ridotte, rendendo il petrolio russo nuovamente attraente per il Governo Modi. Washington ha risposto concedendo a New Delhi una proroga speciale di 60 giorni per l’acquisto di greggio russo, garantendo continuità operativa alle raffinerie indiane. Sul fronte del GNL, inoltre, gli attacchi avrebbero danneggiato le infrastrutture produttive del Qatar, da cui l’India importa circa un terzo del proprio gas, con una riduzione stimata di import per Nuova Delhi di 10 miliardi di dollari annui e tempi di ripristino del sistema nazionale qatariota tra i tre e i cinque anni.
È in questo contesto di vulnerabilità sistemica che il nucleare potrebbe emergere come una risposta strutturale. Nonostante esso rappresenti, allo stato attuale, circa il 3% del mix elettrico indiano, con 24 reattori in funzione, New Delhi punta ad aumentare di 12 volte la propria capacità nucleare entro il 2047. I vantaggi sono chiari: produzione stabile, indipendente dalle fluttuazioni dei mercati internazionali delle materie prime, e bassa intensità carbonica. Il nodo critico rimane, tuttavia, il combustibile. Infatti, l’India non dispone di riserve di uranio sufficienti a soddisfare il fabbisogno della propria flotta di reattori. È in questo quadro che emerge la rilevanza dell’accordo con il Canada che risolverebbe questa esposizione ai fattori esterni, garantendo forniture prevedibili per i reattori esistenti, come per quelli in costruzione, e aprendo uno spazio di cooperazione tecnologica su reattori avanzati. Questa intesa con Ottawa non sarebbe dunque un episodio isolato, bensì il tassello di una strategia strutturata di diversificazione energetica, volta a costruire un portafoglio resiliente alle tensioni internazionali e meno dipendente da partnership critiche.