La coalizione anti-Ahmed in Etiopia
Africa

La coalizione anti-Ahmed in Etiopia

Di Martina Battaiotto
21.09.2026

Il 20 settembre scorso, il leader del Movimento Nazionale Amhara Fano, Zemen Kaisse, ha annunciato la costituzione di una coalizione di movimenti politici e gruppi armati ribelli finalizzata al rovesciamento dell’esecutivo federale, guidato dal Premier Abiy Ahmed dal 2018, e all’instaurazione di un governo di transizione.

Nello specifico, la coalizione comprende il Fronte di Liberazione Nazionale Amhara (AFNM, etnia amhara), l’Esercito di Liberazione Oromo (OLA, etnia oromo), il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF, etnia tigrina), il Fronte di Liberazione Nazionale dell’Ogaden (ONLF, etnia somala) il Fronte Rivoluzionario di Unità Nazionale Afar (Ugugumo, etnia afar), il Movimento di Liberazione del Popolo del Benishangul e il Movimento Democratico del Popolo Gumuz.

Il deterioramento dei rapporti con Addis Abeba affonda le proprie radici nel progetto politico promosso da Abiy Ahmed: lo smantellamento del federalismo etnico a favore di una progressiva concentrazione di potere nelle istituzioni statali centrali. Sebbene tale visione venga presentata dalle autorità federali come uno strumento per garantire la coesione e l’unità dello Stato, essa viene recepita dalle diverse componenti etnico-regionali come una potenziale deriva autoritaria, atta a comprimere i margini di autonomia locale consolidatisi nei decenni precedenti ed ottenuti al prezzo di sanguinose guerre civili.

Tali fratture sono state ulteriormente aggravate dal conflitto interno del 2020-2022, che ha visto le milizie Fano combattere al fianco delle Forze Armate federali contro le truppe del TPLF, a loro volta affiancate dall’OLA. La successiva sottoscrizione degli accordi di pace, formalmente indirizzati al ripristino della stabilità, mirava in realtà alla progressiva neutralizzazione delle capacità offensive delle fazioni autonomiste attraverso clausole di smilitarizzazione e disarmo. Ciononostante, il processo di integrazione e smobililitazione si è arrestato, a causa del persistente clima di sfiducia reciproca e delle accuse rivolte da vari attori al governo centrale di inottemperanza agli impegni presi.

In questo contesto, nonostante il risentimento comune verso l’esecutivo centrale costituisca l’elemento catalizzatore del nuovo blocco di opposizione, la coalizione presenta profonde criticità. A pesare sull’intesa sono innanzitutto i profondi strascichi della guerra del Tigray, che ha visto le milizie Fano combattere a fianco dell’esercito federale rendendosi protagoniste e contemporaneamente vittime di gravi atrocità nei confronti del TPLF e della popolazione locale. A questa memoria storica e contenzioso umano si aggiunge la disputa territoriale sul Tigray occidentale, reclamato dai tigrini e dagli amhara. Parallelamente, la convivenza tra l’OLA e le milizie Fano risulta estremamente difficoltosa. Infatti, lungo il confine tra le regioni Oromia e Amhara, con specifico riferimento all’area dell’Est Wollega, si susseguono da anni violenti scontri etnici, massacri di civili e ritorsioni incrociate tra le rispettive comunità.

Sotto il profilo militare, sebbene i gruppi ribelli non dispongano dello stesso livello di equipaggiamento delle truppe governative, possono contare su una maggiore conoscenza del territorio, sull’appoggio della popolazione locale e sull’abilità nella conduzione di operazioni asimmetriche, imponendo così altissimi tassi di attrito. A questo va aggiunto, inoltre, il possibile ruolo di attori esterni, a cominciare dall’Eritrea, dall’Egitto e dal Ciad, tutti e tre interessati a destabilizzare il governo di Ahmed.