La nuova strategia del G7 per sfidare il dominio cinese
Il 17 giugno ad Evian, alla luce di una necessità percepita sempre più impellente, il G7 ha istituito la Critical Minerals Resilience and Production Alliance, aggiungendosi ad una pletora di accordi bilaterali e multilaterali non vincolanti, compreso il Critical Minerals Action Plan 2025 del G7 stesso. L’elemento centrale riguarda la Piattaforma per la Cooperazione supportata dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) e dall’OCSE, frutto di un compromesso fra la proposta francese di un sottosegretario permanente e la controproposta statunitense di utilizzare il database OPEN della Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA). L’obiettivo dell’intesa è chiaro: rafforzare le fasi midstream e downstream delle catene di valore, principalmente per le terre rare ed i magneti permanenti riducendone la dipendenza sotto al 60% entro il 2030.
In un tentativo di rilanciare la capacità industriale, questo nuovo accordo rischia, tuttavia, di mantenere le debolezze strutturali esistenti, senza risolverle, e risultare più come una dichiarazione di intenti ed allineamenti politici che una proposta di obiettivi di produzione o schemi di investimento efficaci. Basti pensare che, dal 2021 ad oggi, sono stati firmati oltre 70 accordi e quadri normativi sui minerali critici a livello globale, di cui però solo 6 vincolanti. Questi ultimi sono riconducibili principalmente agli Stati Uniti che hanno trovato un’intesa con l’Argentina, l’Ucraina, la Repubblica Democratica del Congo e la Cambogia e in minor misura all’UE che ne ha ratificati uno con il Cile e uno con l’Indonesia. Si crea così una fitta rete di quadri di collaborazione, che si sovrappongono l’un l’altro e che comunque escludono in larga parte la partecipazione dei Paesi detentori di risorse, soprattutto quelli del Continente africano, che detiene il 30% delle riserve globali di minerali critici.
Nonostante prioritizzare il segmento intermedio della catena (raffinazione, separazione e riciclaggio) permetta di creare un impatto collettivo più immediato, è necessario tener conto della fase upstream, poiché nello stato attuale delle cose, la diversificazione geografica non garantirebbe comunque la sicurezza e la resistenza della supply chain. L’estrazione, in particolare, seppur sia geograficamente meno concentrata data la distribuzione delle risorse naturali, rimane controllata in maniera indiretta da Pechino, tramite aziende private che operano in Paesi con una legislazione più debole. Quindi, sebbene la Cina non sia da sé il primo produttore per tutte le materie prime critiche, poiché queste non vengono estratte direttamente sul suo territorio, ne consolida il controllo attraverso il possesso delle società operative, un meccanismo che l’accordo del G7, focalizzandosi sul midstream, non affronta.
Per contro, il G7 guarda alle fasi intermedie della catena, che presentano una concentrazione geografica esplicitamente più alta. Al momento, infatti, la Cina detiene il 60-85% della produzione delle materie prime strategiche nel settore dell’energia pulita e della difesa, controllando oltre il 70% del commercio globale di litio, cobalto, grafite e terre rare, nonché elementi essenziali per batterie e magneti permanenti.
Questa mancata comunicazione con i Paesi produttori, inoltre, mina l’efficienza dei nuovi standard di tracciabilità e trasparenza, e i meccanismi di regolamentazione del mercato proposti. Questi ultimi, infatti, si scontrano con le nuove politiche di local content o limiti alle esportazioni che i produttori adottano per trarre vantaggio non solo dall’estrazione ma anche dalla lavorazione intermedia. Ad esempio, lo Zimbabwe ha imposto a partire da gennaio 2027 il divieto di esportazioni di concentrati di litio, permettendo perciò solo il commercio di solfati di litio e prodotti superiori.
Al mancato dialogo diretto con questi Paesi, si aggiunge una drastica riduzione dell’Official Development Assistance (ODA) riportata dai dati OCSE 2025, con un calo del 23,1% dai Paesi del G7. In questo modo, l’imposizione di nuove norme di due diligence e tracciabilità rischia di ostacolare ulteriormente la creazione di una catena di valore alternativa, poiché trascura di fornire ai produttori i finanziamenti necessari per lo sviluppo di capacità tecniche volte ad implementare queste nuove regolamentazioni.
In questo quadro, l’Alleanza mineraria del G7 rappresenta un tentativo importante ma strutturalmente insufficiente a sfidare il dominio di Pechino, poiché costruito sull’idea di poter ridisegnare le catene critiche senza i Paesi produttori, un presupposto fondamentale che ne compromette il successo. Pertanto, un approccio più efficiente dovrebbe riconoscere pienamente la capacità contrattuale dei Paesi fornitori, includerli come protagonisti nel disegno delle catene di valore e combinare impegni vincolanti con investimenti effettivi, che servano anche gli interessi economici di questi Stati. Fallendo nel riconoscere che parte del successo di Pechino risieda nella capacità di relazionarsi a questi attori come partner economici, offrendo loro benefici in cambio di risorse, il G7 potrebbe vedere limitata la possibilità di costruire un’alternativa credibile, lasciando intatto il controllo sistemico cinese sulle catene critiche.