Governare il dual use dei dati sui fondali nel Mediterraneo
Defence & Security

Governare il dual use dei dati sui fondali nel Mediterraneo

By Filippo Trombini
05.28.2026

Il dibattito sulla sicurezza marittima si è a lungo concentrato sulla protezione di asset fisici sottomarini: cavi digitali ed energetici, gasdotti, piattaforme offshore e unità navali. Nel Mediterraneo questa prospettiva rimane necessaria, ma non è più sufficiente. Accanto alla dimensione fisica esiste oggi un livello ulteriore di vulnerabilità, meno visibile ma strategicamente rilevante: la disponibilità, l’integrità e il controllo dei dati che rendono il mare conoscibile. Chi dispone di una rappresentazione accurata dei fondali, della colonna d’acqua che li sovrasta e delle condizioni acustiche possiede un vantaggio operativo diretto, che può amplificare l’efficacia o compensare la scarsa disponibilità degli assetti fisici schierati.

Il dato batimetrico e oceanografico, in questo quadro, non è un prodotto accessorio della ricerca scientifica, quanto piuttosto un presupposto fondamentale per l’operatività subacquea e, più in generale, per l’Undersea Domain Awareness (UDA). I profili di temperatura, salinità e pressione della colonna d’acqua determinano, infatti, il profilo di velocità del suono (sound speed profile), da cui dipendono la portata dei sonar, la rilevabilità dei mezzi immersi e l’efficacia delle operazioni di Anti-Submarine Warfare (ASW). La conoscenza del fondale consente, inoltre, la navigazione assistita dal rilievo batimetrico del fondale (BTAN – Bathymetric Terrain Aided Navigation) per sottomarini e veicoli subacquei autonomi (UUV – Underwater Unmanned Vehicle), che sfruttano mappe batimetriche come riferimento inerziale per la condotta di missioni a lungo raggio. Gli stessi dati, poi, alimentano la pianificazione della mine warfare navale e il posizionamento di sensori sottomarini fissi o mobili. Alla luce di ciò, dunque, il fondale marino e la colonna d’acqua che lo sovrasta non costituiscono semplicemente un ambiente in cui collocare asset critici, ma rappresentano essi stessi un’infrastruttura di dati. Nel Mediterraneo, un bacino semi-chiuso caratterizzato da un’alta densità infrastrutturale, la qualità, l’integrità e la governance di questa infrastruttura assumono quindi una rilevanza strategica immediata.

L’architettura di dati che descrive il Mediterraneo, anzitutto, risulta essere prevalentemente di produzione civile e, nella sua componente più rilevante, a libero accesso (open access). Alla sua strutturazione concorrono direttamente i glider oceanografici, in particolare i sistemi Slocum di Teledyne e i SeaExplorer europei, piattaforme per missioni a lungo raggio che raccolgono per settimane dati su temperatura, salinità e pressione lungo la colonna d’acqua. La stessa documentazione industriale ne conferma la collocazione nei mercati accademico, commerciale e militare, evidenziando una natura strutturalmente ambivalente (dual-use). A queste piattaforme si affiancano sistemi di scala più ampia. Il programma Argo mantiene in mare circa 4.000 galleggianti profilanti che producono ogni anno oltre 100.000 misurazioni di temperatura e salinità, distribuite quasi in tempo reale. Il servizio Copernicus Marine dell’Unione Europea elabora e rende liberamente accessibili modelli previsionali di correnti, temperatura, salinità e livello del mare sull’intero Mediterraneo, con una risoluzione spaziale di circa 4 chilometri. EMODnet Bathymetry, invece, mette a disposizione gratuitamente, tramite portale web, un modello digitale del fondale europeo a circa 115 metri di risoluzione. Nonostante ciò, il programma Seabed 2030, coordinato dall’organizzazione idrografica internazionale (GEBCO – General Bathymetric Chart of the Oceans), stima che soltanto il 28,7% del fondale oceanico mondiale risulta mappato secondo standard moderni. Da ciò deriva direttamente che il dato ad alta qualità è ancora scarso e, per questo, di elevato valore strategico.

Il nesso tra cartografia civile e utilità operativa è già documentato. Il 31 marzo 2026 la Royal Navy britannica ha annunciato il programma Future Maritime Data Gathering: un contratto con Teledyne per la fornitura di glider e galleggianti destinati agli operatori militari di meteorologia e oceanografia, del valore fino a 10 milioni di sterline. La comunicazione ufficiale del programma ha dichiarato che i dati ambientali persistenti migliorano la comprensione dello spazio di battaglia subacqueo (underwater battlespace), consentono lo sfruttamento tattico dell’ambiente marino e garantiscono un vantaggio informativo. Non si tratta di sperimentazione, ma della formalizzazione di una capacità operativa che erode il confine tra osservazione scientifica e raccolta di informazioni ambientali a fini militari. Questa convergenza, tuttavia, genera quattro categorie di rischio distinte.

La prima riguarda l’accesso ai dati da parte di attori ostili. Dato che le principali piattaforme osservative operano in regime di dati aperti, qualunque attore statale o non statale può accedere a informazioni sull’ambiente subacqueo anche senza disporre di un’infrastruttura propria. Sotto questo profilo, la strategia artica del Dipartimento della Difesa statunitense del 2024 ha documentato l’uso cinese di rompighiaccio per attività civili e militari combinate con test di UUV, mentre l’International Institute for Strategic Studies ha segnalato attività di navi russe della Direzione per la Ricerca Oceanografica Profonda in prossimità di cavi sottomarini europei almeno dal 2015. Pertanto, la natura formalmente scientifica di una campagna di rilevamento non ne elimina il potenziale valore operativo sul piano militare. La seconda categoria di rischio riguarda l’alterazione intenzionale dei dati (data poisoning). I sistemi osservativi presentano, infatti, fragilità tecniche che potrebbero essere sfruttate per introdurre errori nei modelli, come profili acustici falsati, gradienti termici inesistenti e posizioni scorrette. Considerato il fatto che tali dati orientano i calcoli sulla portata dei sonar e sulla rilevabilità dei mezzi immersi, una loro alterazione anche parziale può comportare un degradamento delle decisioni operative che vi si fondano sopra. La terza riguarda la sicurezza cibernetica delle reti osservative: canali satellitari di Comando e Controllo (C2), interfacce di distribuzione e sistemi di modellistica ampliano notevolmente la superficie esposta ad attacchi cibernetici che potrebbero avere effetti a cascata sulla catena decisionale militare, motivo per cui la cybersecurity-by-design sta cessando di essere una scelta facoltativa per divenire una caratteristica sempre più imprescindibile. La quarta categoria di rischio, infine, è rappresentata dall’ambiguità operativa delle piattaforme scientifiche stesse: nel dicembre 2016 la Marina Militare cinese ha sequestrato un veicolo autonomo della U.S. Navy nel Mar Cinese Meridionale, impegnato, come precisò il Pentagono, in una missione di rilevamento oceanografico militare. In virtù di ciò, la linea tra survey scientifico e raccolta di informazioni operative è politicamente contestabile, e la cattura dei sistemi di raccolta può compromettere capacità sensibili. Il Mediterraneo presenta caratteristiche che rendono urgente affrontare questi rischi in modo strutturato. È un bacino semi-chiuso con passaggi marittimi di rilevanza globale, tra cui lo Stretto di Gibilterra, il Canale di Sicilia, il Bosforo e il Canale di Suez, attraverso cui transitano rotte energetiche e digitali decisive per l’Europa.

NATO e Unione europea hanno già risposto alla dimensione fisica della minaccia mediante la creazione di una cellula di coordinamento per le infrastrutture subacquee critiche nel 2023, di un centro marittimo dedicato nel 2024 e di un piano d’azione europeo nel 2025, comprensivo di 347 milioni di euro mobilitati nel 2026. La risposta rimane tuttavia centrata sulla protezione degli oggetti fisici e non emerge ancora, nelle fonti pubbliche disponibili, una dottrina condivisa sulla classificazione dei dati batimetrici sensibili, sull’integrità delle banche dati oceanografiche o sulla sicurezza delle reti osservative. Il programma britannico citato segnala che la trasformazione è già in corso a livello nazionale, ma il quadro multilaterale non l’ha ancora recepita.

Per l’Italia la questione è prioritaria per ragioni strutturali. La posizione al centro del Mediterraneo, la prossimità al Canale di Sicilia, la presenza di basi navali e di approdi di cavi, oltre che dell’Istituto Idrografico della Marina e del Centro per la Ricerca e la Sperimentazione Marittima della NATO, configurano il Paese quale attore di prima linea nella sicurezza del dato subacqueo nel quadro euro-atlantico. L’Italia è al tempo stesso consumatrice e produttrice dei dati che descrivono il proprio spazio marittimo: una posizione che comporta responsabilità specifiche di governance. Da qui deriva anzitutto l’esigenza di una strategia mediterranea per i dati subacquei, capace di collegare Marina Militare, Istituto Idrografico, centri oceanografici, comunità dell’intelligence e operatori di infrastrutture sottomarine in un’architettura comune di controllo e condivisione. A questa va affiancata una classificazione selettiva che preservi il valore dei dati aperti senza però esporre prodotti ad alta sensibilità operativa. Sicurezza informatica e integrità del dato dovrebbero quindi diventare requisiti strutturali delle reti osservative, mentre i glider e veicoli autonomi civili in aree sensibili richiederebbero monitoraggio, registrazione regionale e notifica preventiva delle missioni.

Il fondale mediterraneo non è più soltanto uno spazio fisico da proteggere, ma un’infrastruttura di dati da governare. Per Italia, Unione europea e NATO, la sicurezza subacquea passa anche dalla capacità di classificare, proteggere e validare i dati oceanografici e batimetrici che rendono il dominio marino operabile. Governare questi dati significa ridurre la vulnerabilità dell’oceanografia civile a usi non dichiarati e trasformare la conoscenza del mare in una componente essenziale della postura di sicurezza euro-atlantica.