Il Corno d’Africa al centro della rivalità tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti
Africa

Il Corno d’Africa al centro della rivalità tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti

Di Elena Lionetti e Martina Taddei
08.04.2026

Il Corno d’Africa si conferma sempre più come la principale arena di confronto tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU). Al di là delle tensioni riconducibili all’acuirsi della crisi yemenita, in particolare agli scontri del dicembre 2025 tra il movimento sudista, sostenuto da Abu Dhabi, e il governo formalmente riconosciuto, appoggiato da Riyad, le due monarchie del Golfo individuano nell’area, composta da Eritrea, Etiopia, Gibuti e Somalia, un’opportunità strategica per il perseguimento di molteplici interessi.

Tra questi, rivestono particolare importanza l’approvvigionamento di risorse, soprattutto nel settore agroalimentare, e il controllo e la protezione delle principali rotte commerciali marittime.

Per quanto concerne il primo aspetto, entrambi i Paesi del Golfo puntano a trasformare il Corno d’Africa nel loro principale hub di approvvigionamento agroalimentare. Infatti, secondo i dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura e del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, si attesta intorno all’80-90% per gli Emirati e tra il 70% e l’80% per l’Arabia Saudita. Questa vulnerabilità è il risultato di condizioni strutturali sfavorevoli, tra cui scarsità di acqua dolce, limitata disponibilità di terreni coltivabili e clima desertico, aggravate da una crescita demografica e turistica che aumenta la domanda interna.

Per quanto riguarda il controllo delle rotte marittime, la rilevanza strategica del Corno è spiegata dalla sua posizione geografica. Le coste della regione consentono un controllo sullo stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso, rappresentando uno snodo cruciale per il commercio globale, attraverso il quale transita tra il 10% e il 12% del traffico marittimo mondiale.

Per conseguire tali obiettivi e proiettare la propria influenza nell’Africa orientale, Abu Dhabi e Riyad adottano strategie differenti. Nello specifico, gli Emirati prediligono un approccio pragmatico e flessibile, fondato principalmente sul sostegno ad attori non statali e autorità subnazionali, in contrapposizione ai governi centrali. Tale strategia consente ad Abu Dhabi di operare con maggiore rapidità e di consolidare la propria presenza in contesti politicamente frammentati, massimizzando il ritorno strategico degli investimenti. L’Arabia Saudita, al contrario, privilegia il rafforzamento dei governi ufficiali e il dialogo le loro istituzioni, con l’obiettivo di promuovere stabilità politica e istituzionale nel lungo periodo. Entrambi gli Stati del Golfo consolidano la loro presenza nel Corno tramite una combinazione di strumenti che includono investimenti infrastrutturali, cooperazione militare e sviluppo di hub logistici.

Dal punto di vista economico, gli Emirati rappresentano uno dei principali investitori nel Continente Africano, collocandosi al quarto posto dopo Cina, Unione Europea e Stati Uniti. Nel 2024, gli investimenti emiratini hanno raggiunto i 59,4 miliardi di dollari, mentre il commercio bilaterale con l’Africa ha toccato i 107 miliardi, segnando un incremento del 28% rispetto all’anno precedente. Tale impegno si estende anche al settore tecnologico, come dimostra l’AI Development Initiative, che prevede investimenti per un miliardo di dollari volti all’integrazione di tecnologie avanzate nei comparti dell’educazione, dell’agricoltura e delle infrastrutture, con l’obiettivo di consolidare il ruolo degli Emirati quale hub globale dell’innovazione. Parallelamente, l’Arabia Saudita prosegue il proprio percorso di diversificazione economica, in linea con la Vision 2030 avviata nel 2016. Tuttavia, il suo impegno finanziario nel continente rimane più contenuto rispetto a quello emiratino: nel 2024, gli investimenti sauditi si attestavano a 25,6 miliardi di dollari, circa la metà di quelli di Abu Dhabi. Tale divario riflette una differenza non solo quantitativa ma anche qualitativa: mentre gli Emirati operano attraverso holding dinamiche e assertive come DP World e AD Ports, Riyad privilegia iniziative più selettive e istituzionali, orientate al lungo periodo e alla stabilizzazione dell’area del Mar Rosso.

Tutte le caratteristiche sopra elencate delle differenti strategie emergono in maniera evidente analizzando i singoli scenari che compongono il Corno d’Africa.

In Somalia, Paese fortemente segnato da frammentazioni interne, le differenze tra i due approcci risultano estremamente chiare. L’Arabia Saudita sostiene l’unità del governo federale somalo, privilegiando il dialogo e portando a termine accordi con le sue istituzioni. Riyad destina i propri finanziamenti principalmente all’implementazione e alla costruzione di nuove infrastrutture, oltre che allo sviluppo del settore agroalimentare, utile a rafforzare la propria catena di approvvigionamento. Un esempio di tale cooperazione riguarda un accordo di cooperazione congiunta, stipulato a luglio 2025, per la costruzione e la realizzazione di 200 unità abitative, insieme a strutture e infrastrutture sanitarie ed educative, per le vittime dell’alluvione nella città di Kismayo, nel Sud del Paese. Tale cooperazione è stata ulteriormente rafforzata nello scorso febbraio, tramite un accordo di cooperazione nel settore del trasporto marittimo, volto a modernizzare le infrastrutture portuali e a consolidare l’asse strategico tra le due capitali, e un protocollo d’intesa per la cooperazione militare e di difesa, che segna un passo rilevante nella strategia regionale somala. Questa convergenza verso l’Arabia Saudita è spiegata anche dalla decisione del governo somalo di annullare tutti gli accordi in vigore con gli Emirati Arabi Uniti, in risposta a una sempre più ingombrante ingerenza di Abu Dhabi nel fragile equilibrio interno. Gli Emirati, infatti, hanno operato sostenendo entità sub-statali come il Puntland e il Somaliland. La prima, pur rimanendo formalmente integrata nell’architettura federale, gode di un’elevata autonomia operativa e risulta esposta a dinamiche di influenza esterna, come dimostra la creazione della Puntland Maritime Police Force, fondata, addestrata e finanziata dagli emiratini. Tale iniziativa era finalizzata a esercitare un controllo sul porto strategico di Bosaso, per il quale, già nel 2017, era stata firmata una concessione trentennale del valore di circa 336 milioni di dollari tra il Puntland e la società P&O Ports, sussidiaria del colosso statale emiratino DP World. Ancor più esplicito è il sostegno verso il Somaliland, territorio che ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza nel 1991 configurandosi de facto come uno Stato indipendente; in questa prospettiva, esso rappresenta per gli Emirati un interlocutore privilegiato per la proiezione dei propri interessi strategici, contribuendo a ridefinire gli equilibri geopolitici del Corno d’Africa. La dimensione di tali investimenti è evidente nell’acquisizione, nel 2016, dei terminal del porto di Berbera da parte di DP World, successivamente ampliati con un investimento complessivo di 442 milioni di dollari. Tale operazione ha delineato, entro il 2024, un asse strategico tra Somaliland, Etiopia ed Emirati, basato su un accordo che prevedeva la cessione di diritti su porzioni della zona economica esclusiva del Somaliland all’Etiopia in cambio del riconoscimento della sua indipendenza, rafforzando così la legittimazione internazionale dell’entità e la presenza emiratina nella regione.

A differenza della strategia adottata in Somalia, gli EAU intrattengono rapporti focalizzati prevalentemente sulle istituzioni statali di Addis Abeba, scostandosi in questo contesto dal sostegno ad attori non statuali. Tale divergenza è giustificata dall’assenza di entità sub-statali dotate di una reale autonomia economica, politica e militare, paragonabile a quella del Somaliland o di gruppi armati quali le Forze di Supporto Rapido sudanesi, rendendo il governo centrale un interlocutore più solido e funzionale agli interessi di Abu Dhabi. Le fondamenta di questa relazione risalgono al 2013, con la firma di un memorandum d’intesa che ha istituito un comitato ministeriale congiunto volto a implementare la cooperazione in ambito politico, economico, tecnologico e securitario. Un’ulteriore accelerazione dei rapporti bilaterali si è verificata a partire dal 2018, in concomitanza con l’elezione del Primo Ministro Abiy Ahmed. Quest’ultimo, infatti, ha promosso una decisa politica di privatizzazioni, istituendo un Consiglio consultivo con il compito di sovrintendere all’apertura delle grandi imprese statali agli investitori privati e stranieri. In questo quadro di riforme, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato un imponente pacchetto di sostegno finanziario da 3 miliardi di dollari, articolato in 2 miliardi destinati a investimenti diretti e 1 miliardo depositato presso la Banca Nazionale d’Etiopia per contrastare la cronica carenza di valuta estera. Parallelamente, è stato siglato un accordo bilaterale sul lavoro con l’obiettivo di definire un perimetro legale per l’impiego dei cittadini etiopi negli Emirati, garantendo la tutela dei loro diritti e incentivando i flussi migratori regolari a discapito dell’impiego non documentato.

Sebbene l’Etiopia abbia finalizzato accordi analoghi sulla mobilità lavorativa anche con l’Arabia Saudita, i rapporti con Riyad si sono intensificati in modo significativo solo di recente, avvalendosi principalmente di strumenti economico-commerciali come il Saudi-Ethiopian Business Council. Tuttavia, la profondità del legame tra l’Arabia Saudita, l’Egitto e il Sudan rappresenta un elemento di complessità diplomatica: le aspre controversie relative alla Grand Ethiopian Renaissance Dam, conosciuta principalmente con l’acronimo GERD, fermamente avversata dal Cairo e da Khartoum, rendono l’Etiopia un terreno geopolitico particolarmente sensibile per la diplomazia saudita.

Un ulteriore scenario del Corno d’Africa segnato dalla competizione tra le due potenze del Golfo è l’Eritrea, sebbene si registri un progressivo e marcato disimpegno da parte degli Emirati Arabi Uniti nell’area. Nel corso dello scorso decennio, Abu Dhabi aveva strutturato un rapporto funzionale con Asmara, culminato nel 2015 con la firma di un accordo strategico nel contesto del coinvolgimento emiratino nella coalizione a guida saudita contro gli Houthi. Tale intesa permetteva agli Emirati di stabilire una base militare e navale presso il porto di Assab, in cambio di compensazioni economiche e forniture di carburante destinate all’Eritrea. Tuttavia, nonostante il valore tattico dello scalo, si è assistito a un graduale ridimensionamento della presenza emiratina che ha portato al ritiro totale nel 2021.

Questo arretramento di Abu Dhabi ha aperto uno spazio di manovra per l’Arabia Saudita, la quale, sempre nel 2021 e nell’ambito del più ampio quadro strategico della Vision 2030, ha investito miliardi di dollari nello sviluppo delle infrastrutture portuali eritree. Tale mossa ha permesso a Riyad di consolidare la propria influenza nel Mar Rosso e di approfondire i legami diplomatici con il regime di Isaias Afewerki. Per l’Eritrea, d’altra parte, il rafforzamento dell’asse con l’Arabia Saudita non risponde solo a logiche economiche, ma funge da fondamentale deterrente geopolitico contro le pressioni esercitate dall’Etiopia, garantendo ad Asmara una maggiore resilienza nelle dinamiche regionali.

L’ultimo scenario cruciale nel Corno d’Africa in cui si manifesta la competizione tra Emirati e Arabia Saudita è rappresentato da Gibuti. In questo contesto, le dinamiche tra lo Stato africano e le potenze del Golfo hanno seguito parabole opposte, passando da una rottura traumatica con Abu Dhabi a un progressivo e strutturato avvicinamento a Riyad.

La partnership con gli Emirati Arabi Uniti ebbe inizio nel 2004, portando nel 2006 alla sottoscrizione di una concessione trentennale per la costruzione e la gestione del moderno terminal di Doraleh, inaugurato successivamente nel 2008. Nonostante l’iniziale successo operativo, tra il 2012 e il 2017 sono emersi profondi attriti legali derivanti da accuse di corruzione e clausole contrattuali ritenute dal governo gibutiano eccessivamente sbilanciate. La crisi è culminata nel 2018, quando il Governo di Gibuti ha rescisso unilateralmente la concessione del Doraleh Container Terminal a DP World. Le autorità locali hanno accusato il partner emiratino di aver deliberatamente rallentato lo sviluppo dello scalo per favorire il proprio hub di Jebel Ali e di aver imposto clausole lesive della sovranità nazionale. Nonostante diverse sentenze internazionali abbiano condannato Gibuti al risarcimento per esproprio illegale, lo Stato ha mantenuto il controllo del terminal, affidando la gestione a una società pubblica e siglando nuove alleanze strategiche con la Cina. Di contro, DP World ha reagito spostando il proprio baricentro operativo e i relativi investimenti nel vicino porto di Berbera, in Somaliland.

Al contrario, l’Arabia Saudita ha saputo mantenere rapporti stabili nel tempo, intensificando la propria presenza proprio in concomitanza con il ritiro emiratino. Le relazioni bilaterali hanno ricevuto un impulso decisivo nell’aprile del 2017 con la firma del Memorandum d’Intesa che ha istituito il Consiglio d’Affari Saudita-Gibutiano, finalizzato a rafforzare la cooperazione economica e logistico-infrastrutturale. Tra il 2020 e il 2025, approfittando del disimpegno di Abu Dhabi e agendo in un’ottica di contenimento dell’influenza cinese, Riyad ha consolidato la propria posizione attraverso programmi di cooperazione commerciale e accordi congiunti nel settore del trasporto marittimo tra la Transport General Authority saudita e il Department of Maritime locale.

Tra il 2024 e il 2025, il legame strategico si è ulteriormente stretto mediante la firma di intese di lungo periodo. Nello specifico, è stato siglato un accordo per la creazione di una zona logistica saudita all’interno del porto di Gibuti, con una concessione di ben 92 anni. Tale area è destinata a diventare un hub fondamentale per l’espansione delle esportazioni saudite verso il mercato africano. Inoltre, nel corso del 2025, la cooperazione ha raggiunto un nuovo traguardo con l’accordo di concessione trentennale tra la Djibouti Ports and Free Zones Authority (DPFZA) e la Red Sea Gateway Terminal (RSGT) per la gestione e lo sviluppo del porto di Tadjourah. L’implementazione formale di questo progetto, avviata a dicembre dello stesso anno, segna un passaggio fondamentale nella strategia saudita volta a dominare le rotte commerciali del Mar Rosso e a integrare Gibuti nella propria architettura logistica regionale.

Questo ha permesso a Riyad di consolidare la propria influenza nel Mar Rosso e di approfondire i legami diplomatici con il regime di Isaias Afwerki. Per l’Eritrea, d’altra parte, il rafforzamento dell’asse con l’Arabia Saudita non risponde solo a logiche economiche, ma funge da fondamentale deterrente geopolitico contro le pressioni esercitate dall’Etiopia, garantendo ad Asmara una maggiore resilienza nelle dinamiche regionali.

Nel complesso, emerge una crescente necessità per Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti di espandere la propria proiezione oltre il Medio Oriente, al fine di consolidare il controllo sulle direttrici strategiche attorno alla Penisola Arabica, incluse le principali vie marittime del Mar Rosso. L’approccio saudita, orientato alla stabilità e alla mediazione, si contrappone alla maggiore assertività finanziaria emiratina. Tuttavia, il rischio per Riyadh risiede nella possibile percezione negativa delle sue politiche estrattive in Paesi come Sudan, Etiopia ed Eritrea, che potrebbe compromettere le ambizioni regionali.

In questo contesto complesso, il Corno d’Africa si conferma non solo come spazio di proiezione delle dinamiche intra-golfo, ma anche come banco di prova delle ambizioni geopolitiche delle due potenze. La competizione tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti rischia infatti di accentuare ulteriormente la frammentazione politica della regione, trasformando strumenti di sviluppo e cooperazione in leve di influenza contrapposte. Nel lungo periodo, la capacità di coniugare sicurezza, sviluppo e rispetto delle dinamiche locali determinerà l’effettiva sostenibilità della loro presenza, in un’area in cui la posta in gioco è l’equilibrio strategico dell’intero sistema del Mar Rosso.