Le vulnerabilità del processo di pace in  Medioriente:  Il fragile memorandum tra Iran e Stati  Uniti e l’ombra della rigidità israeliana
Medio Oriente e Nord Africa

Le vulnerabilità del processo di pace in Medioriente: Il fragile memorandum tra Iran e Stati Uniti e l’ombra della rigidità israeliana

Di Alexandru Fordea , Elisa Querini e Andrea Fusco
06.07.2026

Il mancato raggiungimento degli obiettivi militari, politici ed economici delle parallele operazioni militari statunitense e israeliana contro la Repubblica Islamica dell’Iran ed i suoi principali proxy (Hezbollah e Houthi), unito ai deleteri impatti economici globali derivanti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e dal danneggiamento di alcuni siti petroliferi e gasieri delle Monarchie del Golfo ha favorito, per non dire costretto, gli attori coinvolti alla cessazione delle ostilità militari. Nell’impossibilità, nel breve e medio periodo, di produrre un cambio di regime e di neutralizzare la minaccia di Teheran, il governo degli Stati Uniti, sotto la pressione dei Paesi arabi e grazie alla mediazione qatarina e pakistana, ha avviato un difficoltoso processo diplomatico per trovare una soluzione pacifica al conflitto. Il risultato di tale attività è stata la firma di un Memorandum per l’avvio di un ampio negoziato che, nella sua forma iniziale, costituisce una netta ed indiscutibile vittoria per la Repubblica Islamica dell’Iran e per la sua leadership composta dal clero sciita e dai Guardiani della Rivoluzione. Tuttavia, tanto il documento quanto l’intero processo negoziale in itinere appaiono densi di fragilità ed incognite sia di carattere tecnico, vale a dire l’implementazione concreta dei principi sanciti dal memorandum, che politici, ossia il naturale ostacolo costituito tanto dalla rivalità tra pragmatisti e falchi all’interno dell’Iran quanto dal governo di Israele, fermamente contrario alle condizioni emerse in fase preliminare.
Sebbene non scevra da fragilità strutturali che necessiteranno di un ampio periodo di negoziati e dialoghi tecnici, un’eventuale applicazione dell’intesa rappresenterebbe un momento spartiacque per il Governo iraniano, in particolare, con l’eventuale rimozione delle sanzioni. Nell’ottica di Tel Aviv, il memorandum rappresenta, invece, una sconfitta, in quanto lascerebbe irrisolti gli obiettivi dichiarati all’avvio delle operazioni del 28 febbraio, soprattutto per quanto attiene ai dossier nucleare, missilistico e della disarticolazione della rete di proxies regionali dell’Iran. Inoltre, per quanto concerne strettamente il teatro libanese, la minaccia di Hezbollah e la condizione di difficile equilibrio che Netanyahu deve mantenere tra la pressione statunitense e il vincolo elettorale interno, accrescono concretamente il rischio che un’azione israeliana unilaterale possa compromettere l’intera architettura negoziale. Sul piano economico, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha generato il più grave shock energetico del secolo, interrompendo flussi cruciali di petrolio, GNL e fertilizzanti e innescando rincari immediati lungo le catene globali del valore. In tale quadro, le infrastrutture alternative si sono rivelate insufficienti, riattivando in Europa logiche emergenziali di approvvigionamento, compresa un’accelerazione della revisione strutturale delle strategie energetiche, che potrebbero rafforzare il ruolo del nucleare civile e della sicurezza energetica come pilastri delle politiche nazionali.

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