Le vulnerabilità del processo di pace in Medioriente: Il fragile memorandum tra Iran e Stati Uniti e l’ombra della rigidità israeliana
Il mancato raggiungimento degli obiettivi militari, politici ed economici delle
parallele operazioni militari statunitense e israeliana contro la Repubblica
Islamica dell’Iran ed i suoi principali proxy (Hezbollah e Houthi), unito ai deleteri
impatti economici globali derivanti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e dal
danneggiamento di alcuni siti petroliferi e gasieri delle Monarchie del Golfo ha
favorito, per non dire costretto, gli attori coinvolti alla cessazione delle ostilità
militari. Nell’impossibilità, nel breve e medio periodo, di produrre un cambio di
regime e di neutralizzare la minaccia di Teheran, il governo degli Stati Uniti, sotto
la pressione dei Paesi arabi e grazie alla mediazione qatarina e pakistana, ha
avviato un difficoltoso processo diplomatico per trovare una soluzione pacifica al
conflitto. Il risultato di tale attività è stata la firma di un Memorandum per l’avvio
di un ampio negoziato che, nella sua forma iniziale, costituisce una netta ed
indiscutibile vittoria per la Repubblica Islamica dell’Iran e per la sua leadership
composta dal clero sciita e dai Guardiani della Rivoluzione. Tuttavia, tanto il
documento quanto l’intero processo negoziale in itinere appaiono densi di
fragilità ed incognite sia di carattere tecnico, vale a dire l’implementazione
concreta dei principi sanciti dal memorandum, che politici, ossia il naturale
ostacolo costituito tanto dalla rivalità tra pragmatisti e falchi all’interno dell’Iran
quanto dal governo di Israele, fermamente contrario alle condizioni emerse in
fase preliminare.
Sebbene non scevra da fragilità strutturali che necessiteranno di un ampio
periodo di negoziati e dialoghi tecnici, un’eventuale applicazione dell’intesa
rappresenterebbe un momento spartiacque per il Governo iraniano, in
particolare, con l’eventuale rimozione delle sanzioni. Nell’ottica di Tel Aviv, il
memorandum rappresenta, invece, una sconfitta, in quanto lascerebbe irrisolti gli
obiettivi dichiarati all’avvio delle operazioni del 28 febbraio, soprattutto per
quanto attiene ai dossier nucleare, missilistico e della disarticolazione della rete
di proxies regionali dell’Iran. Inoltre, per quanto concerne strettamente il teatro
libanese, la minaccia di Hezbollah e la condizione di difficile equilibrio che
Netanyahu deve mantenere tra la pressione statunitense e il vincolo elettorale
interno, accrescono concretamente il rischio che un’azione israeliana unilaterale
possa compromettere l’intera architettura negoziale. Sul piano economico, la
chiusura dello Stretto di Hormuz ha generato il più grave shock energetico del
secolo, interrompendo flussi cruciali di petrolio, GNL e fertilizzanti e innescando
rincari immediati lungo le catene globali del valore. In tale quadro, le
infrastrutture alternative si sono rivelate insufficienti, riattivando in Europa
logiche emergenziali di approvvigionamento, compresa un’accelerazione della
revisione strutturale delle strategie energetiche, che potrebbero rafforzare il ruolo
del nucleare civile e della sicurezza energetica come pilastri delle politiche
nazionali.