Afghanistan & Pakistan: la fragile tregua sulla Linea Durand
I negoziati tra Afghanistan e Pakistan avviati in Cina all’inizio di aprile, con l’obiettivo di porre fine al conflitto esploso il 27 febbraio 2026, sembravano poter aprire uno spiraglio verso un’intesa. L’incontro tenutosi a Urumqi ha rappresentato l’ennesimo tentativo regionale, dopo il precedente coinvolgimento di Turchia, Iran, Arabia Saudita e Qatar, di risanare un dilemma strutturale della regione, scandito recentemente da due momenti di massima escalation: gli scontri dell’ottobre 2025, che hanno segnato il primo coinvolgimento diretto delle Forze Armate dei due Paesi, e quelli del marzo 2026.
In tale contesto, gli scontri della primavera di quest’anno sono stati un segnale di come Islamabad soffra profondamente le attività di destabilizzazione locali portate avanti dalle diverse milizie operanti sul suo territorio e che il Governo pakistano ha spesso ricondotto, sul piano logistico e operativo, a Kabul. La miccia che ha portato alla dura risposta pakistana sul territorio afghano è infatti riconducibile alla recrudescenza degli attentati da parte del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), dell’Esercito di Liberazione del Balochistan (BLA) e dello Stato Islamico della Provincia del Khorasan (ISKP), direttamente nei confronti delle Forze Armate del Pakistan (PAF). Il rinnovato inasprimento delle attività militanti avrebbe incentivato il Governo pakistano ad avviare un’offensiva militare, l’Operazione Ghazab-lil-Haq, con l’obiettivo non solo di disincentivare ulteriori attacchi sul territorio nazionale e di smantellare le reti terroristiche, ma anche, verosimilmente, di indebolire le strutture interne del Governo afghano favorevoli a tali gruppi.
Nonostante quanto detto e la necessità pakistana di tutelare la propria sicurezza nazionale, l’intervento diplomatico cinese, forte del proprio peso specifico politico-economico sia verso Islamabad sia verso Kabul, ha consentito il raggiungimento di una tregua e l’istituzione di un cessate il fuoco temporaneo, che ha portato alla riapertura di uno dei valichi di frontiera lungo la Linea Durand. Nondimeno, in una prospettiva di medio termine, e date le necessità pakistane di mantenere un certo grado di controllo e di tutela verso la propria popolazione, non è da escludere che il Pakistan potrebbe adottare una strategia mirata a rispondere a nuovi possibili attentati sul proprio territorio tramite attacchi volti all’incapacitazione dei diversi raggruppamenti pakistano-talebani, senza però giungere a un nuovo coinvolgimento diretto dell’Emirato dell’Afghanistan. Infatti, seppur quest’ultimo detenga una capacità militare limitata, potrebbe comunque destabilizzare ulteriormente il quadro regionale prediligendo operazioni asimmetriche.
Per quanto concerne direttamente Kabul, il Governo appare aver subito un forte indebolimento non solo sul piano degli asset militari, già esigui prima dell’inizio delle ostilità, ma soprattutto per quanto riguarda la stabilità stessa delle strutture nazionali. Inoltre, la concomitanza con l’odierno conflitto in Iran ha generato rilevanti criticità socio-economiche, che si aggiungono alla questione degli elevati rimpatri. A tal proposito, nel 2025 sarebbero rientrati circa 2,9 milioni di afghani, di cui 1,9 milioni dall’Iran e 1 milione dal Pakistan, Paese che ospiterebbe circa 1,6 milioni tra rifugiati e richiedenti asilo. Si tratta di esodi non programmati che si inseriscono in un quadro nazionale dominato dall’insicurezza economica, caratterizzata da un deficit commerciale consistente, secondo i dati disponibili del 2023, ed esacerbata sia dalle repentine chiusure dei valichi transfrontalieri della Linea Durand che dalle pressioni esercitate dal contesto regionale sull’infrastruttura portuale iraniana di Chabahar, contribuendo all’instabilità dei flussi commerciali.
In conclusione, il cessate il fuoco mediato da Pechino rappresenta un risultato tattico più che strategico, congelando un’escalation imminente, senza però incidere in maniera significativa sulle dinamiche che l’hanno generata. Le pressioni interne che spingono Islamabad a reagire con forza agli attacchi delle milizie transfrontaliere restano intatte, così come le fragilità strutturali di Kabul, aggravate dal deterioramento economico e dal peso dei rimpatri forzati. In assenza di un meccanismo di sicurezza condiviso e di un impegno credibile dell’Emirato nel contenere le attività dei gruppi militanti, la tregua appare dunque esposta a nuove interruzioni, con un chiaro rischio di peggioramento della stabilità regionale.