Dove sono le portaerei
Defence & Security

Dove sono le portaerei

By Michele Cosentino
03.18.2026

Secondo un’opinione ormai consolidata da diversi decenni, la domanda sull’ubicazione geografica delle portaerei non è altro che la prima posta da tutti i Presidenti degli Stati Uniti ai loro collaboratori e consiglieri militari al momento dello scoppio della crisi o in circostanze foriere di una crisi in un qualsiasi punto del globo. Infatti, i velivoli imbarcati sulle portaerei hanno rappresentato, e rappresentano tuttora, la punta di diamante delle operazioni belliche condotte da forze militari statunitensi sin da quando il 27 giugno 1950 il Presidente Harry Truman impartì gli ordini alla Settima Flotta della US Navy per iniziare le operazioni contro le forze nordcoreane che avevano invaso la Corea del Sud. In quell’occasione, fu la portaerei *Valley Forge *a entrare in azione, inaugurando un copione andato avanti per quasi 80 anni e recitato ai giorni nostri nelle acque mediorientali nell’ambito dell’Operazione Epic Fury, dove le protagoniste sono le portaerei Abraham Lincoln e Gerald Ford. Al di là della loro nazionalità, il concetto d’impiego delle moderne portaerei ruota intorno al Carrier Strike Group (CSG), ossia un gruppo navale il cui fulcro è la portaerei stessa, operante assieme a unità di scorta, navi ausiliarie e, assai probabilmente, sottomarini in azione nella dimensione subacquea. Nel caso degli Stati Uniti, e proprio come ormai codificato dalla dottrina militare d’oltreoceano, i CSG sono solitamente la punta di lancia a disposizione di Washington a dare il via alle operazioni nei teatri d’interesse e, spesso, le prime unità a intraprendere effettive missioni di combattimento.

In un’epoca in cui l’accesso alle basi aeree in un teatro è minacciato da droni e missili balistici, o da pressioni politiche, la portaerei, un assetto mobile e con elevata capacità di sopravvivenza, potrebbe in molti casi essere l’unica risorsa affidabile per svolgere operazioni di varia natura in un’area di crisi. La Marina statunitense ha attualmente in linea undici portaerei, di cui una però, l’ormai veterana Nimitz, è prossima al disarmo: la sostituta prevista, la John F. Kennedy, classe “Ford” e rigorosamente a propulsione nucleare, è impegnata nelle prove in mare e se ne prevede la consegna alla US Navy entro quest’anno o al massimo entro la prima metà del 2027. Sebbene le portaerei possano non disporre degli assetti più potenti e letali, quali i bombardieri “Lancer” e “Spirit” di un costrutto operativo interforze, la loro presenza e il reparto aereo (wing) imbarcato sono essenziali per ottenere e mantenere il *sea control *necessario per soddisfare determinati requisiti operativi, ed è proprio questa la funzione esercitata dalla Lincoln in un’area marittima che abbraccia l’intero Golfo Persico e a cui si è da poco associata la Ford. Nonostante esse siano costose e suscettibili di attacchi a causa della natura stessa del loro impiego, quanto sta accadendo in Medio Oriente conferma l’essenzialità delle portaerei nella struttura delle forze militari statunitensi del XXI secolo.

Un CSG dispiegato in un qualsiasi teatro operativo è il primo elemento di una joint task force dotato di pronte e credibili capacità combattenti: se il CSG non è dispiegato, quello più geograficamente vicino viene immediatamente inviato sulla scena della crisi. Nel giugno 1950, il gruppo navale incentrato sulla portaerei Valley Forge, insieme alla portaerei britannica Triumph già in teatro, costituì la prima risposta aerea alleata all’invasione nordcoreana della Corea del Sud, iniziando le operazioni il 3 luglio 1950, appena cinque giorni dopo la decisione di Truman di intervenire nel conflitto. La maggior parte degli aeroporti in Corea del Sud era stata rapidamente travolta dall’avanzata nordcoreana e l’aviazione imbarcata fu essenziale per supportare le restanti forze terrestri alleate circondate nel ridotto di Pusan, la loro successiva controffensiva e l’assalto anfibio a Inchon guidato dal Generale MacArthur, meno di due mesi e mezzo dopo l’inizio dei combattimenti. Nella guerra del Vietnam, nelle prime guerre nel Golfo Persico (1980-88 e Desert Shield/Desert Storm), nelle operazioni nell’ex Jugoslavia e più tardi contro l’Afghanistan e l’Iraq di Saddam Hussein, l’aviazione imbarcata ha formato la punta di lancia della capacità aerea della coalizione internazionale, portando con sé un ampio spettro di opzioni capacitive.

In queste settimane, i danni subiti a causa degli attacchi iraniani con missili e droni contro le installazioni statunitensi nell’area del Golfo, così come il futuro incerto della presenza americana a Diego Garcia, evidenziano la vulnerabilità delle infrastrutture basate a terra di fronte a diverse tipologie di minacce. Numerosi fra gli avversari delle Nazioni occidentali, compresi soggetti non statuali in giro per il mondo, hanno nei loro arsenali missili e droni che consentono di colpire obiettivi vulnerabili, come il presunto attacco di Hezbollah contro la base aerea britannica di Akrotiri a Cipro. Anche infrastrutture relativamente al riparo da questo tipo di minacce, per esempio Diego Garcia, potrebbero non essere più utilizzabili a causa di ricadute politiche generate da un passaggio di sovranità o della decisione di un governo ospitante, persino alleato, di non permettere l’uso di una struttura per una specifica operazione. Pertanto, la portaerei ovvia in gran parte ai condizionamenti delle basi terrestri: essa è svincolata dalle limitazioni tipiche delle acque territoriali di una qualsiasi Nazione e non è soggetta a vincoli politici o logistici, mentre le potenzialità degli aeromobili imbarcati e delle unità di scorta armate con missili di varie tipologie rappresentano un costrutto bellico credibile superiore a quella che molte Nazioni potrebbero schierare con breve preavviso.

Il wing imbarcato ha persistenza e capacità di proseguire operazioni belliche continuative molto superiori alle unità di superficie con armamento missilistico superficie-superficie o ai sottomarini, i quali, salvo alcuni casi eccezionali, hanno bisogno di rifornirsi di sistemi d’arma non troppo tempo dopo essere entrati in azione. Diversi tipi di missili e di ordigni guidati sono i principali sistemi d’arma delle operazioni aeronavali e nonostante una portaerei non sia in grado di sferrare il più grande attacco missilistico di una campagna, i suoi velivoli sono essenziali per il mantenimento della supremazia aerea e per l’esercizio del comando e controllo in una più o meno ampia zona di mare. D’altra parte, la portaerei e il suo wing imbarcato non sono privi di carenze significative: l’autonomia dei velivoli e la capacità di rifornimento in volo sono molto ridotte rispetto ai tempi della guerra fredda. Va detto inoltre che le portaerei sono sempre state molto suscettibili agli attacchi, soprattutto quelli di saturazione, vulnerabili se colpite da numerosi ordigni e complicate per ripristinarne la piena efficienza operativa a causa della complessità intrinseca nel gestire un grande aeroporto galleggiante e mobile. Non è dunque un caso che portaerei e wing imbarcati sono strumenti costosi di un qualsiasi strumento militare nazionale: per tale ragione, esse divengono spesso il primo bersaglio dei propugnatori di tagli al bilancio militare, i quali ribadiscono che il loro costo e la loro vulnerabilità superano la loro effettiva utilità in caso di guerra.

Le critiche verso le portaerei si scontrano tuttavia con la realtà dei fatti, perché esse rimangono indispensabili, grazie anche alla continua applicazione di moderne tecnologie alla piattaforma e al wing imbarcato: per esempio, il prossimo ingresso in linea dell’MQ-25A “Stingray”, drone per il rifornimento in volo, potenzierà il raggio d’azione dei velivoli da combattimento ed eliminerà il dispendioso ricorso a un velivolo da combattimento per rifornirne un altro similare. Gli Stati Uniti non hanno esitato a impiegare portaerei in scenari caldi, come dimostrato dalle operazioni delle portaerei Eisenhower e Truman contro gli Houthi o quelle in corso. Paradossalmente, la minaccia principale che devono fronteggiare non è operativa e/o tecnologica, ma politica, ossia la capacità degli Stati Uniti di mantenere una flotta numericamente adeguata alle esigenze globali. Con sole undici unità in linea a fronte di un fabbisogno per un maggior numero di esemplari, si corre il rischio che, senza investimenti mirati, la domanda “dove sono le portaerei” rimanga, in futuro, priva di risposta.

Al di là di uno scenario interno statunitense dove il dibattito è incentrato sul numero delle portaerei, i concetti sottesi all’importanza di questo tipo di unità navale possono trasporsi ad altre realtà, prevalentemente europee, consolidando scelte avvenute in tempi diversi e giustificando quelle future. D’altronde, è chiaro che i numeri in gioco al di là e al di qua dell’Atlantico fanno la differenza, ma in un’ottica esclusivamente europea la presenza della Charles de Gaulle francese, delle due classe Queen Elizabeth britanniche e del Cavour italiano rappresentano, in special modo se operanti con velivoli imbarcati di 5a generazione e assieme ad altre soluzioni alternative quali il Trieste e il Juan Carlos I spagnolo, risorse imprescindibili di elevata valenza operativa di cui tener conto per future contingenze.