I riflessi strategici dell’instabilità energetica
Geoeconomics

I riflessi strategici dell’instabilità energetica

By Alexandru Fordea
03.20.2026

Il 19 marzo, il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha aperto alla possibilità di revocare le sanzioni sul petrolio iraniano trasportato via mare e attualmente stoccato nelle navi. La decisione si collocherebbe all’interno di una fase di forte stress del sistema energetico globale che ha causato un’ondata di volatilità dei prezzi, con variazioni anche di diverse decine di dollari nell’arco di poche ore o giorni. In tal senso, la misura ipotizzata da Washington, che riguarderebbe circa 140 milioni di barili di greggio iraniano galleggiante, appare come uno strumento emergenziale volto a immettere rapidamente offerta sul mercato e contenere l’impennata dei prezzi. Tuttavia, come già avvenuto in altri contesti sanzionatori, gli effetti sistemici di tale decisione potrebbero produrre esiti divergenti rispetto agli obiettivi dichiarati, sia per quanto concerne Teheran sia su altri attori come la Russia, contribuendone indirettamente a rafforzare la posizione internazionale nel settore.

Nel breve periodo, l’immissione sul mercato del petrolio iraniano avrebbe un effetto calmierante, andando ad aumentare la disponibilità di greggio in una fase in cui il Brent europeo ha raggiunto livelli prossimi ai 120 dollari al barile, segnando un aumento di quasi il 100% rispetto all’inizio del conflitto. Questo incremento dell’offerta sarebbe ulteriormente amplificato dal rilascio coordinato di riserve strategiche da parte di diversi Paesi, in primis gli Stati Uniti, generando un surplus temporaneo stimato in centinaia di milioni di barili. Nondimeno, tale dinamica presenta un carattere prettamente transitorio: una volta assorbiti i volumi in eccesso, il mercato tornerebbe a confrontarsi con vincoli strutturali legati alla produzione e alla logistica.

È proprio in questa fase successiva che si aprirebbe uno spazio di manovra per la Russia. Le petroliere impiegate per il trasporto del greggio iraniano, una volta completate le operazioni di scarico nei porti asiatici ed europei, difficilmente rientrerebbero immediatamente nel Golfo Persico, sia per l’incertezza geopolitica sia per il rischio di nuove restrizioni. Questo fenomeno determinerebbe una riallocazione della capacità di trasporto marittimo verso rotte percepite come più stabili, tra cui quelle legate all’export russo. Mosca, grazie a una rete consolidata di infrastrutture e a un’ampia flotta, inclusa la cosiddetta flotta ombra, cioè l’insieme di imbarcazioni usate dallo scoppio della guerra russo-ucraina per trasportare illegalmente il petrolio russo, si troverebbe in una posizione privilegiata per assorbire tale capacità aggiuntiva.

La rilevanza di questo aspetto è accresciuta dalle recenti decisioni statunitensi sempre in materia di sanzioni. Il 12 marzo, infatti, l’Amministrazione americana ha autorizzato temporaneamente l’acquisto di petrolio russo già in mare, definendo la misura come “mirata e a breve termine”. Nonostante le rassicurazioni del Segretario al Tesoro, secondo cui tale deroga non comporterebbe benefici significativi per Mosca, è pronosticabile il contrario. Le stime indicano che i profitti russi potrebbero raggiungere fino a 10 miliardi di dollari al mese, con diversi Paesi europei che hanno già espresso preoccupazione per l’effetto di indebolimento del regime sanzionatorio.

In termini strutturali, il problema principale risiede nella difficoltà di reintrodurre le sanzioni una volta allentate. La revoca, anche temporanea, riduce la leva coercitiva e consente agli attori sanzionati di riorganizzare le proprie reti commerciali. Nel caso russo, ciò si traduce in una maggiore capacità di eludere i controlli, anche grazie all’utilizzo di petroliere non tracciabili e a un sistema logistico sempre più opaco. La riduzione delle capacità di monitoraggio da parte degli Stati Uniti, dovuta anche allo smantellamento di alcune task force dedicate a monitorare il rispetto delle sanzioni, contribuisce ulteriormente a questo processo.

In questo quadro, la combinazione tra il rilascio del petrolio iraniano e l’allentamento delle restrizioni sul greggio russo produce un effetto a catena: in primo luogo, aumenta la disponibilità di navi vuote pronte per nuovi carichi; in secondo luogo, permette alla Federazione Russa di commerciare ampi volumi della propria produzione interna fino a ora bloccata o meno attraente rispetto ad altri canali di approvvigionamento. Infatti, Mosca non solo beneficerebbe direttamente dell’aumento delle esportazioni, ma consolida anche il proprio ruolo come snodo logistico e commerciale, capace di assorbire e ridistribuire risorse in un mercato frammentato.

La dinamica assume un rilievo ancora maggiore se inserita nel contesto europeo. L’Unione Europea ha mantenuto un regime sanzionatorio particolarmente severo sul petrolio russo, vietando circa il 90% delle importazioni. Tuttavia, l’allentamento delle restrizioni da parte degli Stati Uniti introduce una frattura transatlantica che rischia di compromettere la coerenza complessiva della strategia occidentale. Parallelamente, l’Europa continua a essere esposta a una forte vulnerabilità energetica: i prezzi elevati dell’energia aumentano la sensibilità del sistema, accrescendo la probabilità, diretta o indiretta, di un ritorno al greggio russo, soprattutto in caso di tensioni prolungate sui mercati globali. In merito, gli attuali aumenti dei prezzi del gas sulle borse europee, che si attestano intorno al +95% rispetto al periodo precedente al conflitto, rischiano di tradursi in un significativo incremento dei costi energetici sia per il settore industriale sia per i consumatori. Le conseguenze macroeconomiche sarebbero rilevanti: pressioni inflazionistiche persistenti, erosione del potere d’acquisto e rallentamento dell’attività produttiva, e quindi possibile decrescita economica (stagflazione).

Negli ultimi sviluppi, la dimensione più critica riguarda tuttavia il mercato del gas naturale liquefatto (GNL), fondamentale per l’Italia e per l’intera Unione Europea. Gli attacchi iraniani contro le infrastrutture energetiche del Qatar, in particolare nel complesso di Ras Laffan, hanno compromesso circa il 17% della capacità di esportazione di GNL del Paese. Si tratta di una quota estremamente significativa, considerando che il Qatar rappresenta uno dei principali fornitori globali e contribuisce in modo determinante all’equilibrio del mercato, rappresentandone circa un quinto del totale mondiale.

Le conseguenze degli attacchi sono destinate a protrarsi nel tempo: le stime più pessimistiche indicano che saranno necessari dai tre ai cinque anni per ripristinare pienamente la capacità produttiva. Nel frattempo, QatarEnergy, come già fatto trapelare nelle ultime ore, potrebbe essere costretta a dichiarare la forza maggiore, sospendendo momentaneamente diversi contratti di fornitura a lungo termine, inclusi quelli destinati a Paesi europei come l’Italia. Questo scenario implica una riduzione strutturale dell’offerta disponibile, in un momento in cui l’Europa deve ricostituire le proprie riserve dopo l’inverno e competere con i mercati asiatici per l’accesso ai carichi di GNL, prevalentemente statunitensi.

L’effetto combinato di questi fattori si traduce in una pressione rialzista sui prezzi del gas, già evidenziata da un aumento significativo dei futures europei. In termini pratici, gli attuali shock provocano un alto grado di incertezza tra gli acquirenti e i venditori di gas che si accorderanno per future forniture a un prezzo maggiore per tutelarsi da eventuali contingenze presenti. Per l’Italia, che ha fatto del GNL uno dei pilastri della propria strategia di diversificazione energetica, ciò comporta un incremento dei costi e una maggiore esposizione alla volatilità globale.

In questo contesto, la riduzione dell’offerta qatariota potrebbe paradossalmente forzare la riapertura di spazi per altri fornitori, inclusa la Russia, che continua a mantenere una presenza rilevante nel mercato globale del gas, seppur in forme indirette.